Commento CeSMar
9 Luglio 2026 2026-07-22 7:31Commento CeSMar
L’Italia e il Mediterraneo
-Una prospettiva geopolitica e geoeconomica-
di Stefano MARTINO

Introduzione
Il saggio di Stefano Martino offre una riflessione interessante sulla vocazione geopolitica dell’Italia, ponendo al centro la necessità di abbandonare la cronica “cecità marittima” per abbracciare il concetto di “Mediterraneo Allargato”. In un contesto globale segnato dal ritorno dell’hard power e dalla fine delle illusioni post-storiche, l’autore dimostra come la geografia non sia un semplice sfondo, ma il motore immobile della politica. L’Italia, piattaforma naturale protesa verso un bacino che si estende dal Mar Nero all’Oceano Indiano occidentale, possiede tutti i requisiti strutturali per trasformare il proprio vantaggio di posizione in capitale geopolitico. Questa sintesi esplora i fatti, le implicazioni e le raccomandazioni strategiche emerse dall’analisi di Martino, evidenziando come il futuro del Paese si decida esclusivamente lungo le rotte di quel mare che, da troppo tempo, viene considerato un mero confine ornamentale anziché il principale moltiplicatore di potenza nazionale.
I fatti descritti nel saggio
Il saggio di Martino si apre con una rigorosa ricostruzione delle teorie geopolitiche classiche, critiche e realiste, dimostrando come le dinamiche di potere contemporanee ricalchino le costanti spaziali identificate dai grandi pensatori del passato. Vengono richiamati Halford John Mackinder e la sua teoria dell’Heartland, secondo cui il controllo del cuore continentale eurasiatico determina il dominio mondiale e Nicholas John Spykman, che contrappone il concetto di Rimland, identificando nella fascia costiera e peninsulare il vero snodo dell’equilibrio globale. A questi si aggiunge Alfred Thayer Mahan, padre dello studio scientifico del potere marittimo, il quale legò la grandezza delle nazioni al controllo delle linee di comunicazione e dei choke points, e la definizione di “Mediterraneo Allargato”, concetto elaborato negli anni Ottanta dall’Istituto di Guerra Marittima di Livorno, che estende l’area di interesse italiano ben oltre Gibilterra e Suez, inglobando Mar Nero, Mar Rosso, Golfo di Aden e Golfo Persico. Non manca un riferimento alla scuola italiana di geopolitica, fondata da Ernesto Massi e Giorgio Roletto nel 1939, che propose una visione umanista contrapposta al determinismo tedesco, e ai contributi successivi della geopolitica critica di Yves Lacoste e di quella realista di Huntington e Brzezinski.
Il punto di svolta narrato dall’autore è il 24 febbraio 2022, data dell’invasione russa dell’Ucraina, evento che ha sancito il fallimento del primato assoluto del soft power e ha riaperto i giochi della sicurezza materiale e della competizione sistemica tra blocchi. In questo scenario, l’Italia emerge come un’economia di trasformazione che dipende totalmente dalla libertà di navigazione, considerando che l’ottanta per cento del commercio globale avviene via mare e il Mediterraneo, pur coprendo solo l’uno per cento della superficie acquea, ne gestisce il ventuno per cento. La protezione dei nove choke points mondiali, da Gibilterra a Hormuz fino a Malacca, diventa una questione di sopravvivenza economica. La Blue Economy italiana genera trentaquattro miliardi di euro annui e impiega oltre mezzo milione di addetti, trainata dall’eccellenza nel trasporto Ro-Ro. Tuttavia, il sistema portuale mostra gravi vulnerabilità: Gioia Tauro soffre di un isolamento logistico dal retroterra, mentre Genova è frenata da burocrazia e tempi di sosta eccessivi.
Sul piano energetico, i fatti raccontano un “pivot meridionale” forzato dalla crisi ucraina. L’Italia ha ridotto la dipendenza dal gas russo dal quaranta a meno del dieci per cento, potenziando i flussi dall’Algeria tramite il Transmed, dall’Azerbaigian con il TAP e dal Qatar via GNL. Infine, l’autore porta alla luce la realtà invisibile ma cruciale del dominio sottomarino: il novantasette per cento del traffico dati globale viaggia su cavi in fibra ottica posati sui fondali, con la Sicilia e l’Egitto quali nodi nevralgici assoluti. A ciò si aggiunge la progressiva territorializzazione del mare, sancita dalla Convenzione di Montego Bay del 1982, che ha trasformato gli spazi marittimi da res communis a Zone Economiche Esclusive, scatenando competizioni per le risorse e acuendo le tensioni regionali.
Le conseguenze geopolitiche
Le conseguenze geopolitiche derivanti da questo quadro teorico e fattuale sono di portata straordinaria e ridisegnano la collocazione dell’Italia nel sistema internazionale. La prima e più evidente implicazione è la definitiva decostruzione dell’idea del Mediterraneo come mare secondario o periferia dell’Europa. Il bacino si conferma invece come la cerniera essenziale tra tre continenti, un crocevia mondiale in cui si incrociano e si scontrano gli interessi di potenze globali e regionali. La teoria dell’Heartland di Mackinder rivive oggi nel neo-eurasiatismo russo e nella pressione di Mosca sull’Europa orientale, mentre la logica del Rimland di Spykman spiega la necessità per l’Occidente di consolidare il fianco sud della NATO e le rotte commerciali. Il Mediterraneo allargato, lungi dall’essere un lago di pace, è tornato a essere un teatro di frizione dove le linee di faglia culturali teorizzate da Huntington si sovrappongono alle necessità energetiche e logistiche.
La seconda conseguenza geopolitica riguarda il ritorno prepotente dello Stato-nazione e dell’hard power. La globalizzazione illimitata e le narrazioni post-storiche sono state spazzate via dal conflitto in Ucraina, riportando al centro la competizione per le sfere d’influenza, le risorse e le vie di comunicazione. In questo contesto, il concetto di “Mediterraneo Allargato” diventa l’unica lente attraverso cui leggere la sicurezza italiana: le minacce e le opportunità non si fermano alle coste di casa, ma si estendono fino al Mar Rosso, al Golfo Persico e all’Oceano Indiano occidentale, da cui transitano i flussi vitali per l’industria europea. Chi non controlla queste arterie è destinato a subire le decisioni altrui.
Un ulteriore effetto geopolitico dirompente è la “territorializzazione” del mare. La trasformazione degli spazi marittimi da aree di libera circolazione a Zone Economiche Esclusive ha generato un fenomeno di ocean grabbing che alimenta tensioni latenti e conflitti giuridici. Le dispute tra Turchia e Grecia nel Mediterraneo orientale, o le frizioni tra Algeria e Italia per le acque circostanti la Sardegna, dimostrano come il mare sia diventato un campo di battaglia per l’accaparramento di risorse biologiche, minerarie ed energetiche. Il Mediterraneo si configura così come una scacchiera multipolare complessa, in cui la geografia torna a essere destino politico e in cui l’Italia non può più permettersi il lusso di una politica estera passiva o meramente reattiva, ma deve agire come soggetto capace di mediare, presidiare e influenzare gli equilibri dell’intero quadrante allargato. A questo si aggiunge la geopolitica dei dati: il controllo dei nodi sottomarini in Sicilia ed Egitto conferisce a questi territori un peso strategico paragonabile a quello dei vecchi imperi commerciali, rendendo la sovranità digitale una diretta emanazione della sovranità marittima.
Le conseguenze strategiche
Sul piano strategico, l’analisi di Martino impone una conclusione ineludibile: l’Italia deve dotarsi di una cultura della sicurezza fondata sulla marittimità, superando la visione meramente terrestre o continentale che ha storicamente afflitto le sue élite. La strategia nazionale non può più essere un esercizio di pianificazione militare isolato, ma deve configurarsi come un coordinamento organico di politica estera, diplomazia energetica, sviluppo logistico-portuale e proiezione navale. La prima implicazione strategica è l’espansione dell’orizzonte operativo. Se il Mediterraneo rilevante è quello “allargato”, la difesa degli interessi nazionali richiede la capacità di monitorare e presidiare i choke points e le Sea Lines of Communication da cui dipende la sopravvivenza economica del Paese. Un blocco a Bab el-Mandeb o nello Stretto di Hormuz non è un evento remoto, ma una crisi immediata per l’inflazione e la produzione industriale italiana.
La seconda conseguenza strategica investe direttamente lo strumento militare, in particolare la Marina Militare, che cessa di essere considerata un costo di bilancio o una semplice forza di polizia marittima per assurgere a vero e proprio vettore di politica estera. La Marina italiana, tra le poche in Europa a possedere una reale capacità portaerei, deve evolvere verso un approccio d’alto mare e anfibio, garantendo la deterrenza, la protezione delle infrastrutture critiche e la diplomazia navale. La presenza di una flotta moderna nei quadranti remoti moltiplica il peso negoziale di Roma sui tavoli internazionali.
Un terzo aspetto strategico cruciale riguarda la geoeconomia e la logistica. La competizione contemporanea si gioca sul controllo dei flussi e delle infrastrutture. I porti non sono semplici luoghi di transito, ma veri e propri dispositivi di potenza economica. La strategia nazionale deve pertanto includere il potenziamento dell’integrazione intermodale “porto-ferrovia” e la digitalizzazione delle banchine per trasformare l’Italia nel gateway privilegiato verso l’Europa Centrale, sottraendo quote di mercato ai porti del Northern Range. A ciò si aggiunge la strategia energetica: il ruolo di hub gasiero per l’Europa richiede una diplomazia proattiva nel Mediterraneo meridionale, consolidando partenariati paritari con i produttori nordafricani e mediorientali, in continuità con la lungimiranza di Enrico Mattei, per garantire la stabilità delle rotte di approvvigionamento.
Infine, la strategia deve abbracciare la protezione delle infrastrutture critiche subacquee. Poiché i cavi in fibra ottica e i gasdotti sottomarini trasportano l’ossatura dell’economia e delle comunicazioni moderne, la loro resilienza e sicurezza diventano priorità di difesa nazionale assoluta. L’Italia deve sviluppare tecnologie avanzate di sorveglianza del dominio subacqueo per prevenire sabotaggi e atti di guerra asimmetrica. In sintesi, la strategia italiana richiede una visione di lungo periodo che tenga insieme tutti questi elementi, trasformando la vulnerabilità geografica in un formidabile moltiplicatore di influenza, evitando così di subire passivamente gli shock esterni in un mondo tornato ad essere spietatamente competitivo.
Le conseguenze marittime
La dimensione marittima costituisce il cuore pulsante del ragionamento di Martino e comporta conseguenze che trascendono il settore navale in senso stretto, investendo l’intera architettura della prosperità nazionale. Il dato macroscopico da cui partire è che l’ottanta per cento dello scambio mondiale di merci avviene via mare; di conseguenza, la prosperità di un Paese industriale e trasformatore come l’Italia è ostaggio della continuità dei traffici marittimi. Il mare non è dunque un mero ambiente fisico, ma l’infrastruttura primaria della globalizzazione. La prima conseguenza marittima riguarda l’assoluta vulnerabilità e il valore strategico dei choke points. Strette come Gibilterra, Suez, Bab el-Mandeb e Hormuz sono le valvole del sistema mondiale; un’interruzione in uno di questi nodi si riflette istantaneamente sui costi dell’energia, sui tempi della logistica e sulla disponibilità delle merci, imponendo una costante e onerosa attenzione alle rotte globali.
La seconda conseguenza investe la portualità nazionale, che assume una funzione geopolitica di primo piano. Porti come Gioia Tauro e Genova non hanno solo una valenza commerciale, ma partecipano alla definizione della proiezione internazionale italiana. Essi possono rendere l’Italia una piattaforma logistica di prima grandezza tra Europa, Africa e Asia, a patto che siano sostenuti da investimenti strutturali, digitalizzazione e visione strategica. In caso contrario, il vantaggio geografico della penisola rischia di essere assorbito e neutralizzato da sistemi concorrenti più efficienti, come Tangeri Med, il Pireo o i porti spagnoli.
La terza conseguenza tocca la sicurezza energetica marittima. Il riorientamento post-2022 ha riportato il Mediterraneo al centro dell’approvvigionamento italiano. Le rotte del gas, i rigassificatori, i collegamenti subacquei e i porti di arrivo dell’energia diventano parte della struttura vitale del Paese. Il dominio marittimo non si misura più solo con il controllo militare della superficie, ma con la capacità di gestire, proteggere e diversificare i flussi che lo attraversano, trasformando l’Italia in un hub di ridistribuzione per l’Europa.
La quarta conseguenza, forse la più innovativa, riguarda le infrastrutture digitali sottomarine. Il Mediterraneo, e in particolare il nodo siciliano, è diventato uno spazio decisivo per la circolazione delle informazioni, della finanza e dei servizi. La marittimità si espande così nel dominio del deep sea: il mare trasporta merci, idrocarburi, ma anche l’architettura immateriale della civiltà moderna.
Infine, emerge la conseguenza legata alla territorializzazione delle risorse. Le Zone Economiche Esclusive dimostrano che il mare è ormai spazio di appropriazione e competizione economica. Pesca, risorse minerarie, energia offshore e tutela ambientale diventano campi in cui si intrecciano diritto, economia e potenza. Per l’Italia, ciò implica l’esigenza improrogabile di una politica marittima complessiva e integrata, capace di connettere difesa, commercio, ecologia e sviluppo, riconoscendo che la sovranità nazionale si esercita ormai a trecentosessanta gradi, dalla superficie degli oceani fino ai fondali più profondi.
Le conseguenze per l’Italia
Le conseguenze per l’Italia rappresentano il punto di arrivo e il cuore politico dell’intero saggio di Martino. L’autore suggerisce che il Paese possieda tutte le condizioni strutturali per recuperare un ruolo internazionale di primo piano: una posizione geografica privilegiata, una rete portuale significativa, una potenza industriale di rilievo e una Marina Militare tra le più capaci d’Europa. Tuttavia, queste risorse, da sole, non bastano se non vengono organizzate entro una visione nazionale coerente. La prima e più dolorosa conseguenza è la necessità di superare una storica sottovalutazione del fattore marittimo. L’Italia, pur essendo una penisola protesa nel mare, si è spesso pensata in termini terrestri, subendo una cronica “sea blindness” che ha contribuito alla sua perdita di influenza. Recuperare centralità significa recuperare consapevolezza geografica e tradurla in iniziativa politica.
Sul piano economico, il saggio indica un’agenda precisa: l’Italia deve investire massicciamente nella blue economy, rafforzare la competitività dei porti e trasformare il mare in leva di sviluppo. Non si tratta di un settore marginale, ma di una parte sostanziale del PIL nazionale. La sua crescita avrebbe effetti occupazionali, commerciali e tecnologici, consolidando il ruolo dell’Italia nelle catene del valore euro-mediterranee. Sul piano energetico, l’opportunità di diventare hub di ridistribuzione verso l’Europa è storica. Il riorientamento post-2022 ha dimostrato che la centralità italiana aumenta quando politica estera, infrastrutture e geografia vengono allineate. Questo ruolo richiede però continuità diplomatica e una capacità di mediazione con i partner della sponda sud, agendo come ponte affidabile tra l’Europa e l’Africa.
Sul piano militare e strategico, la credibilità internazionale dell’Italia dipende dalla capacità di garantire protezione ai propri interessi. Una marina efficiente e una presenza stabile nei quadranti del Mediterraneo allargato incidono direttamente sul prestigio e sul peso negoziale del Paese. La politica estera ha bisogno di strumenti concreti di proiezione per non essere ridotta a mera testimonianza.
Vi è infine una conseguenza culturale e identitaria di profondo respiro. Martino insiste sull’idea che gli italiani debbano riscoprire la loro vocazione millenaria per il mare, restituendo alle onde un posto centrale nell’immaginario nazionale e nella formazione delle classi dirigenti. Significa unire la capacità industriale del Nord con la centralità marittima del Sud, superando le divisioni interne per proiettarsi verso l’esterno. Solo così l’Italia potrà smettere di considerare il Mediterraneo come un semplice contesto o una frontiera migratoria da gestire in emergenza, e comincerà a viverlo come il proprio spazio storico di azione, il vero “posto al sole” nel nuovo millennio. L’alternativa è la marginalità strategica, il declino in un mondo che non ammette spettatori passivi.
Conclusioni
In conclusione, il saggio di Stefano Martino delinea un quadro in cui il Mediterraneo Allargato è il vero spazio vitale dell’Italia. Per uscire dal limbo dell’irrilevanza, il sistema-Paese deve attuare una trasformazione strutturale immediata basata su cinque raccomandazioni strategiche integrate. È urgente istituire un’Autorità Marittima Unica o ripristinare un Ministero della Marina Mercantile per superare la frammentazione burocratica, esercitando al contempo una decisa assertività nella definizione e difesa delle Zone Economiche Esclusive per contrastare l‘ocean grabbing. È altresì prioritario garantire finanziamenti costanti per la modernizzazione navale, con un focus sulla guerra sottomarina e la protezione dei cavi dati, unitamente a un massiccio investimento nell’integrazione logistica “porto-ferrovia” verso i valichi alpini per competere con il Northern Range. Infine, serve una diplomazia energetica proattiva, in linea e guida del “Piano Mattei”, per consolidare il ruolo di hub energetico. L’Italia ha la storia e la tecnologia per essere il perno del Mediterraneo. La sintesi del lavoro di Martino è chiara: se l’Italia saprà riconoscere la centralità del Mediterraneo e trasformarla in un progetto strategico organico, potrà emergere dalla crisi globale non come una vittima degli eventi, ma come una potenza media influente e indispensabile. La geografia offre l’opportunità, ma è la volontà politica che deve forgiare il destino. Riemergere dalle sabbie terrestri per proiettarsi verso il blu significa dimostrare che il futuro dell’Italia non è scritto solo dal suo passato, ma dalla capacità di navigare le tempeste del nuovo disordine mondiale. Resta solo da decidere se essere padroni del proprio mare o semplici spettatori. Come ammoniva il Cardinale Richelieu, le lacrime dei sovrani hanno il sapore salato del mare che vollero ignorare.
Riferimenti bibliografici
Stefano Martino, L’Italia e il Mediterraneo. Una prospettiva geopolitica e geoeconomica per un Paese alla continua ricerca di un posto al sole, in “Il mondo in guerra, otto saggi di geografia politica ed economica per comprendere il tempo e lo spazio in cui viviamo” Edizioni Tab, Roma, 2024, pp. 149-183.
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