Commento CeSMar
10 Agosto 2026 2026-08-10 7:26Commento CeSMar
Italia sul mare: quale strategia
–Per una strategia marittima circolare e adattiva–

Il mare, per l’Italia, non rappresenta un’opzione tra le tante nell’agenda della politica estera e di sicurezza, ma una condizione strutturale d’esistenza. Settemila-seicento chilometri di coste, una posizione baricentrica nel Mediterraneo e un’economia il cui metabolismo dipende in misura decisiva dal traffico marittimo compongono una dotazione geografica che, in linea di principio, colloca la penisola tra le potenze marittime di primo piano del bacino. Eppure, come ogni analisi accurata del sistema-paese dimostra, la dote naturale non si traduce automaticamente in influenza politica. Il problema, dunque, non è se l’Italia debba dotarsi di una strategia marittima, ma quale strategia sia coerente con la sua condizione di potenza media a forte connotazione marittima e con interessi economici globali, e attraverso quale architettura concettuale essa possa evitare di restare un progetto incompiuto. È a questo interrogativo che risponde il modello circolare qui presentato, sintetizzato nello schema Ginocchietti-Domini modificato (2026), che propone di superare la tradizionale lettura lineare del potere marittimo in favore di un sistema bidirezionale, retto da un loop continuo di verifica e ricalibrazione.
La tradizione che discende da Alfred Thayer Mahan ha per oltre un secolo interpretato la potenza navale secondo una sequenza deterministica: le condizioni fisiche del territorio, la posizione geografica e il carattere della popolazione generano risorse — mezzi, uomini, basi — che a loro volta producono capacità operative, le quali infine si traducono in una strategia orientata al dominio del mare. È un’architettura che coglie con efficacia i pilastri materiali della potenza marittima, ma che presenta un limite strutturale reso insostenibile dalle condizioni del XXI secolo: la sua monodirezionalità. Quando le risorse determinano la strategia senza mai essere rigenerate da essa, il rischio è quello che la letteratura contemporanea definisce capacity trap — l’investimento in piattaforme tecnologicamente sofisticate ma scollegate da uno scenario operativo plausibile, costose da mantenere e difficili da impiegare in modo persistente. Una flotta costruita secondo questa logica può vincere una battaglia, ma non garantire la stabilità quotidiana dello spazio marittimo vitale, che per una potenza media è l’obiettivo realmente rilevante.
Il modello circolare proposto rovescia questa impostazione. Il potere marittimo non è più letto come un accumulo statico di condizioni e mezzi, bensì come un processo dinamico in cui l’uso politico-strategico del mare — la dimensione più vicina alla sensibilità di Corbett che a quella mahaniana — retroagisce sulle scelte di investimento a monte. È il concetto di loop continuo a costituire la chiave di lettura dell’intero impianto: le esigenze operative dello Stato filtrano la definizione del potere marittimo necessario; da questo filtro discende la costruzione del sistema statico, fatto di risorse materiali, umane, costiere e di governance; il sistema statico alimenta lo sviluppo delle strategie operative, le quali, una volta sottoposte a esercitazioni, crisi reali o analisi di scenario, generano una verifica di adeguatezza che rimanda al sistema statico con una domanda rivista. È questa freccia di ritorno, esplicitata nello schema come loop di verifica e ricalibrazione delle risorse, il passaggio realmente critico: se il teatro mediterraneo richiede presenza simultanea in più settori, il sistema deve poter rispondere che non bastano poche unità maggiori, ma servono più piattaforme di media taglia in grado di garantire persistenza; se la protezione delle infrastrutture subacquee diventa priorità, il loop deve accelerare l’integrazione di droni autonomi, sensori sottomarini e capacità di intelligence marittima. Senza questo meccanismo di retroazione, si finisce per costruire — secondo un’immagine efficace della letteratura strategica anglosassone — una flotta troppo pesante e troppo piccola, ottimizzata per un command of the sea globale che nessuna potenza media può realisticamente perseguire, anziché per il sea control selettivo e il sea denial asimmetrico che il proprio teatro vitale effettivamente impone.
Il diagramma allegato colloca in apertura, coerentemente con questa logica, le condizioni che favoriscono lo sviluppo del potere marittimo, distinguendo con chiarezza cromatica gli elementi classici di matrice mahaniana — conformazione e natura del territorio, posizione geografica, capitale umano e cultura marittima — dalle aggiunte proprie del XXI secolo: tecnologia e autonomia industriale, dominio cyber-spaziale e sistemi autonomi, governance unitaria e resilienza climatica. Non si tratta di un aggiornamento meramente lessicale del paradigma classico, ma di uno stress-test concettuale che ne rivede la sostanza. Il territorio non è più soltanto spazio da difendere, bensì piattaforma di risorse e nodo di connessione fisica e digitale — porti, cavi sottomarini, pipeline, piattaforme energetiche — la cui resilienza climatica condiziona oggi la stessa continuità operativa delle basi. La posizione geografica, un tempo destino favorevole, diventa asset solo se sostenuta da capacità di sorveglianza e interdizione: senza di esse, la centralità mediterranea si converte in vulnerabilità, e il paese rischia di trasformarsi da attore strategico a mera piattaforma sulla quale altri proiettano i propri interessi. Il capitale umano, infine, non si misura più in termini numerici o di spirito marinaro, ma in capacità tecnico-scientifica, consenso sociale e coesione demografica intorno a un progetto marittimo condiviso — dimensione in cui l’Italia, gravata da un tasso di natalità tra i più bassi al mondo e da un invecchiamento accelerato che erode le comunità costiere storiche, mostra una fragilità strutturale non compensata dalle pur significative eccellenze accademiche isolate.
Queste condizioni confluiscono, nello schema, in una strategia globale del paese che tiene insieme interessi economici, politici e sociali, secondo l’imperativo triplice di espansione, sopravvivenza e sicurezza, e che richiede — elemento tutt’altro che scontato — una volontà politica esplicita di investire sulle risorse marittime. È precisamente in questo punto che si annida la principale asimmetria italiana. Il paese dispone di un sistema statico di risorse materiali, umane e costiere superiore alla media europea: Fincantieri è un campione industriale mondiale con un portafoglio ordini che supera i settantaquattro miliardi di euro e visibilità produttiva fino al 2039; le basi di Taranto, La Spezia, Augusta e Cagliari occupano posizioni di eccezionale valore strategico; i programmi FREMM EVO, PPA, DDX e U212 NFS collocano la componente navale all’avanguardia tecnologica del bacino. Eppure il paese esprime solo una frazione del suo potenziale, non perché manchino le risorse, ma perché il loop continuo non è mai stato realmente attivato. La governance rimane frammentata tra ministeri che competono anziché coordinarsi; il Piano del Mare, per quanto approvato dal Comitato interministeriale competente, resta uno strumento di indirizzo privo di reali poteri vincolanti sui dicasteri settoriali; la politica navale è tipicamente reattiva — rispondendo a crisi migratorie o energetiche — piuttosto che proattiva; e il settore dell’esercizio, ossia manutenzione, addestramento e logistica operativa, è cronicamente sottofinanziato, con il concreto rischio di comprometterne l’operatività nel medio periodo.
Il cuore del modello circolare risiede, tuttavia, non soltanto nel sistema statico delle risorse, ma nel passaggio — reso visibile nello schema dal riquadro dedicato al controllo selettivo del mare — dalla logica del dominio assoluto a quella, più realistica per una potenza regionale, del sea control circoscritto al teatro vitale e del sea denial asimmetrico. Per l’Italia, il command of the sea ottocentesco è un anacronismo: l’obiettivo realistico consiste nel combinare un controllo selettivo negli spazi di reale interesse strategico — il Canale di Sicilia, il Canale d’Otranto, il Mar Ligure — con una capacità di negazione che renda proibitivo, per un avversario, contestare l’uso del Mediterraneo agli interessi italiani e alleati. È una gerarchia invertita rispetto a quella di una superpotenza: la priorità assoluta spetta alla protezione permanente dello spazio vitale — segnatamente delle linee di comunicazione marittima e delle infrastrutture critiche subacquee, dai gasdotti ai cavi alle piattaforme energetiche — seguita dalla proiezione anfibia e dalla stabilizzazione, dalla negazione asimmetrica affidata alla componente subacquea e ai sistemi autonomi, dal sostegno logistico alla coalizione atlantico-europea e da una diplomazia navale non episodica ma quotidiana, capace di costruire influenza attraverso la visibilità costante piuttosto che attraverso il dispiegamento simbolico di forza. In questa prospettiva, le strategie operative elencate nello schema — protezione delle linee di comunicazione e delle infrastrutture subacquee, difesa costiera cyber-integrata, proiezione anfibia, negazione asimmetrica, sostegno logistico di coalizione, diplomazia navale continua, guerra elettronica e subacquea — non costituiscono un catalogo di missioni giustapposte, ma componenti interdipendenti di un’unica postura coerente con la condizione di potenza media a forte connotazione marittima.
La dimensione più originale del modello, tuttavia, è quella che lo schema rappresenta con la freccia arancione del feedback politico-sociale, la quale collega la strategia operativa non soltanto al sistema statico industriale, ma anche ai sette capisaldi classici del potere marittimo — commercio, risorse, influenza politica, presenza militare, diplomazia, ricchezza, stabilità sociale. Nella lettura lineare tradizionale, questi capisaldi rappresentano l’output terminale del dominio navale; nel modello circolare, al contrario, essi sono variabili interdipendenti che generano a propria volta un feedback sulla volontà politica di investire. La Blue Economy italiana, che genera un valore aggiunto superiore ai duecentosedici miliardi di euro, pari all’undici per cento del prodotto interno lordo, rappresenta l’argomento più solido a favore di una strategia marittima ambiziosa: se una quota di questa ricchezza viene percepita come reinvestibile nel potere di proteggerla — un premio assicurativo sul capitale economico nazionale, non un costo — il consenso sociale può legittimare investimenti sostenuti nel tempo. È esattamente ciò che oggi manca. Il mare italiano resta percepito, nell’immaginario collettivo, come periferia turistica o scenario di tragedia umanitaria, non come spazio strategico centrale del destino nazionale; e senza una autentica maritime civic education, capace di ricostruire il nesso tra cittadinanza e progetto marittimo, il circuito si interrompe proprio nella sua fase politica, quella più delicata perché non tecnica ma culturale.
Il giudizio complessivo che emerge dall’applicazione del modello al caso italiano è quello di un potere marittimo incompiuto: una struttura asimmetrica in cui eccellenze industriali e tecnologiche di prim’ordine — la componente aerea e anfibia imbarcata sul Cavour e sul Trieste, l’espansione della componente subacquea con il passaggio a dieci unità U212, l’attivazione del Polo Nazionale della Dimensione Subacquea di La Spezia — convivono con carenze strutturali di massa critica, di governance e di consenso sociale. La componente di scorta, ridottasi da circa trentaquattro unità di vent’anni fa a diciannove-ventidue tra fregate e pattugliatori polivalenti, non è sufficiente a garantire presenza simultanea in tutti i settori critici del Mediterraneo centrale senza logorare gli equipaggi; la spesa per la difesa, pur cresciuta fino a superare i trentatré miliardi di euro nel 2026, si attesta all’1,9 per cento del prodotto interno lordo, al di sotto dell’obiettivo NATO e dei livelli raggiunti da Francia, Germania e Spagna; e il sottofinanziamento cronico del comparto dell’esercizio rischia di trasformare piattaforme tecnologicamente eccellenti in una forza più adatta alla rappresentazione che all’impiego reale. Il rischio, in altre parole, non è la mancanza di risorse in senso assoluto, ma la loro mancata attivazione circolare: si acquistano piattaforme senza che la strategia operativa rigeneri le scelte industriali, si dichiarano ambizioni senza che i capisaldi economici e sociali alimentino il consenso necessario a sostenerle nel tempo.
Da questa diagnosi discendono, coerentemente con l’impianto circolare, cinque leve interdipendenti attraverso cui il potenziale marittimo italiano potrebbe tradursi in potere effettivo. La prima è l’istituzione di una governance realmente unitaria e vincolante, capace di superare la frammentazione tra Difesa, Politiche del Mare, Infrastrutture, Economia e Transizione Ecologica, oggi solo debolmente ricomposta da strumenti di indirizzo privi di reale cogenza. La seconda è l’investimento sistemico nel capitale umano marittimo, che colleghi istituti tecnici nautici, accademie navali, università e industria in un ecosistema formativo paragonabile a quello francese o norvegese, capace di generare non solo competenze tecniche ma un’autentica cultura civica del mare. La terza è il completamento della flotta secondo una logica di capacità dual-use e sostenibilità operativa, che privilegi la massa critica e la persistenza rispetto alla sola sofisticazione tecnologica, portando la spesa per la difesa verso l’obiettivo del due per cento del prodotto interno lordo con particolare attenzione al comparto dell’esercizio. La quarta è la valorizzazione dell’energia blu e della sovranità sulle risorse marine, dall’eolico offshore all’idrogeno verde, quale motore di un consenso sociale radicato in un interesse economico diffuso e non più percepito come periferico. La quinta, infine, è una diplomazia marittima attiva e quotidiana, che trasformi l’Italia da oggetto a soggetto della competizione mediterranea, attraverso la leadership nei forum regionali, la cooperazione strutturata con le sponde nordafricana e balcanica, e la funzione di hub logistico per la coalizione atlantico-europea.
Questo giudizio va collocato, peraltro, in un contesto regionale sempre più conteso, in cui l’Italia non è l’unico attore a competere per lo spazio marittimo mediterraneo. La Francia dispone di una portaerei a propulsione nucleare e di una cultura strategica navale storicamente più assertiva; la Turchia proietta con crescente sistematicità la propria influenza militare e diplomatica lungo l’intero bacino orientale; attori extra-regionali come la Cina consolidano posizioni infrastrutturali in porti chiave del Mediterraneo, dal Pireo a Tangeri, con ricadute dirette sulla sicurezza delle rotte commerciali e delle infrastrutture digitali sottomarine; instabilità sub-statali nel Sahel e in Libia continuano a proiettare pressioni migratorie e securitarie sulla sponda sud. In questo scenario, la centralità geografica italiana, che Mahan avrebbe definito invidiabile, rischia di trasformarsi in una posizione di stress permanente anziché in una rendita di posizione, proprio perché la mancanza di una dottrina marittima nazionale condivisa impedisce di tradurla sistematicamente in influenza. Il salto qualitativo richiesto all’Italia non è dunque soltanto quantitativo — più navi, più spesa, più personale — ma concettuale: passare da oggetto a soggetto della competizione mediterranea, capace di anticipare le crisi energetiche, migratorie e di sicurezza delle linee di comunicazione marittima, anziché limitarsi a subirle con strumenti costruiti ex post.
Queste cinque leve non costituiscono percorsi alternativi, ma componenti di un unico sistema, la cui coerenza dipende dall’attivazione effettiva del loop continuo rappresentato nello schema: una governance senza flotta è sterile, una flotta senza capitale umano è inutilizzabile, una diplomazia priva di risorse economiche resta pura retorica. Il modello circolare qui delineato non intende celebrare un passato marinaresco né indulgere in un lamento sul presente, ma offrire una griglia analitica rigorosa per una domanda che riguarda l’intero sistema-paese: non se investire sul mare, ma se saperlo fare in modo coerente, adattivo e sostenuto nel tempo. Solo un modello in cui la strategia operativa rigenera costantemente le scelte a monte può evitare che l’Italia rimanga una potenza marittima soltanto potenziale — una piattaforma geografica sulla quale altri attori proiettano i propri interessi — anziché diventare, come la sua posizione e la sua storia le consentirebbero, il polo di stabilità e innovazione che il Mediterraneo centrale richiede. Il mare, per l’Italia, non è una scelta: è una condizione d’esistenza. La domanda che resta aperta è se questa condizione verrà gestita con consapevolezza strategica, o continuerà a essere subita passivamente.
