Commento CeSMar
14 Luglio 2026 2026-07-22 7:27Commento CeSMar
Limes e la guerra totale
-Il riarmo tedesco, la questione identitaria e le sue ricadute geopolitiche, strategiche e marittime-
L’editoriale di Lucio Caracciolo
di Redazione CeSMar

Riferimento bibliografico
Limes, «Vogliamo la guerra totale?», editoriale di apertura del numero monografico di Lucio Caracciolo, Limes – Rivista italiana di geopolitica, numero 6/2026, pp. 7-34.
L’editoriale che apre il numero 6/2026 di Limes, intitolato «Vogliamo la guerra totale?», inaugura il fascicolo monografico «Professione: tedesco» con una riflessione ampia sul riarmo tedesco e sulle sue ricadute per l’ordine europeo. Il testo intreccia uno scenario bellico ipotetico, un’analisi storica di lungo periodo sull’identità tedesca e una riflessione sul metodo geopolitico, per interrogarsi sulla tenuta della pace continentale in un contesto di crescente instabilità transatlantica. Il fascicolo cui l’editoriale fa da cornice raccoglie oltre venti contributi, dedicati rispettivamente alla dimensione interna tedesca, alle onde d’urto prodotte sui vicini europei e allo scenario di confronto strategico con la Russia. La presente sintesi ricostruisce l’architettura argomentativa dell’editoriale, ne isola i nodi geopolitici, strategici e marittimi, e ne valuta la rilevanza per la postura italiana. Si tratta di una lettura derivata, elaborata secondo criteri redazionali propri del Centro, che non sostituisce l’originale ma ne restituisce in forma ordinata gli elementi di maggiore interesse analitico per gli scopi di studio dell’istituto.
I fatti raccontati nell’Editoriale
Il testo si apre con una scena immaginata: Vladimir Putin riceve, tramite una fonte infiltrata nella cancelleria di Berlino, copia della versione riservata della nuova strategia militare tedesca — il documentoGesamtkonzeption militärische Verteidigung, elaborato dallo Stato maggiore delle Forze armate germaniche. Accanto a esso compare, quasi per contrappunto, il saggio dello stratega Carlo Masala, professore all’Università della Bundeswehr di Monaco, che ipotizza un attacco russo alle città baltiche entro il 2028, con penetrazione di due brigate nella città estone di Narva. La costruzione narrativa serve alla redazione per introdurre il tema centrale: la difficoltà, per l’Italia e per l’Europa, di ammettere lucidamente il proprio stato di cobelligeranza indiretta nel conflitto russo-ucraino e la vicinanza — inedita dal 1945 — a un possibile allargamento del confronto bellico.
Da qui il saggio sviluppa tre tesi. La prima riguarda la crisi della leadership statunitense sotto la presidenza Trump, i cui comportamenti erratici e gli attriti con alleati storici (inclusi gli episodi di frizione con l’Italia di Meloni, la vicenda calcistica Balogun, le tensioni con Spagna e Danimarca) vengono letti come sintomo di un’America «senza numero uno». La seconda tesi dichiara la Nato «peggio che morta», alleanza ormai percorsa da rivalità interne più che da coesione strategica. La terza, centrale, descrive la Germania nell’atto di tentare una «fuga in avanti»: riarmo, ambizione di guida continentale e adozione di un modello «a raggiera» — il cosiddetto Framework Nations Concept — con Berlino perno di una rete di eserciti europei minori.
Il testo prosegue con un’ampia digressione storico-identitaria sulla «questione tedesca»: dal dibattito interno sul Brandmauer contro l’AfD (che l’editoriale giudica controproducente, capace di radicalizzare il centro politico più che isolare l’estrema destra), ai dati sociologici sulla componente migratoria della popolazione (25,8 milioni di persone su 83,6), fino alla ricostruzione di lunghissimo periodo del rapporto Roma-Germania, da Cesare e Tacito fino all’appropriazione nazista dell’antichità classica. L’intero impianto converge su un dispositivo redazionale dichiaratamente non neutro: l’individuazione in Helgoland, piccolo scoglio nel Mare del Nord, del «punto di condensazione» simbolico della geopolitica tedesca, luogo dove nel 1925 Werner Heisenberg elaborò le basi della meccanica quantistica e dove, nel 1947, gli inglesi fecero detonare seimilasettecento tonnellate di esplosivo in quella che l’editoriale definisce la più grande esplosione non atomica della storia.
Un ampio passaggio è dedicato al paradosso della «Grande Svizzera», coltivato durante i sedici anni di cancellierato di Angela Merkel, che descriveva la propria Germania pacificata come una casa dalle finestre ben chiuse, salvo poi spalancarle nell’estate 2015 all’arrivo di oltre un milione di richiedenti asilo. Tale oscillazione, insieme alla provocazione dell’esponente radicale dell’AfD Björn Höcke — secondo cui i tedeschi dell’Ovest sarebbero sostanzialmente americani di lingua tedesca, mentre solo quelli dell’Est conserverebbero un’autentica identità nazionale — viene collegata dall’editoriale alla rivalutazione dell’eredità prussiana avviata negli anni Settanta dalla Germania Est comunista, e alla persistente faglia storica lungo il fiume Elba. Vengono inoltre richiamate la varietà dialettale tedesca, priva di un’autorità linguistica centrale paragonabile all’Accademia della Crusca o francese, e curiosità geografiche come il cosiddetto «equatore della salsiccia bianca», linea simbolica che separa il Nord protestante dal Sud cattolico del paese.
Il testo si chiude con una critica alla lettura deterministica della storia — in particolare alla «trappola di Tucidide» teorizzata da Graham Allison, ritenuta un paradigma capace di rendere i conflitti quasi automaticamente inevitabili — e con un riferimento al cosiddetto «Progetto Sparta», iniziativa di una lobby industrial-finanziaria tedesca, che coinvolge figure di rilievo dell’establishment economico, orientata a costruire una capacità di difesa autonoma da Washington, paragonata icasticamente a un nuovo Progetto Manhattan. La chiusura richiama infine, a fini metodologici, l’invito rinascimentale di Francesco Guicciardini a distinguere qualità delle persone, dei casi e dei tempi prima di sentenziare, accostato con understatement redazionale a una battuta del fumetto dei Peanuts sul mutare continuo delle domande della vita.
Conseguenze geopolitiche
Il quadro delineato dall’editoriale colloca la Germania in una fase di trasformazione della propria postura continentale, dalla rimozione post-bellica del fattore militare a un ruolo di potenza guida. Il riferimento al concetto di Führung aus der Mitte, enunciato già nel 2015 dall’allora ministra della Difesa Ursula von der Leyen, e alla nozione più datata di Kerneuropa (formulata nel 1994 da Wolfgang Schäuble e Karl Lamers), suggerisce una continuità di lungo periodo nell’ambizione tedesca di strutturare l’Europa attorno a un nucleo geoeconomico e, ora, geomilitare a guida propria. Tale prospettiva riapre tensioni mai sopite con la Francia, chiamata a misurarsi con il bluff europeista ormai scaduto, e con la Polonia, descritta come partner necessario ma diffidente, impegnata a propria volta in una dottrina militare con orizzonte simbolico al 2039, centenario dell’invasione tedesca del 1939.
Sul piano interno, l’editoriale segnala un dato politico rilevante: il meccanismo del «muro tagliafuoco» contro l’Alternative für Deutschland produrrebbe l’effetto opposto a quello voluto, radicalizzando il centro — a partire dalla stessa CDU del cancelliere Merz — anziché isolare la destra radicale. I dati citati dall’istituto demoscopico Nzz, secondo cui la quota di cittadini che non osa esprimere liberamente la propria opinione avrebbe raggiunto livelli elevati soprattutto tra gli elettori dell’AfD, vengono letti come sintomo di un logoramento della libertà di opinione sotto la coalizione di governo attuale. Ne discende un rischio di instabilità politica interna che si somma, e in parte alimenta, alla spinta verso il riarmo esterno.
A livello continentale, la ridefinizione dell’asse geopolitico tedesco verso il Baltico, la Scandinavia e l’Artico comporta un progressivo scivolamento del baricentro dell’Unione Europea lontano dal Mediterraneo. L’editoriale osserva come il progetto di un continente imperniato sulla Kerneuropa, già a suo tempo criticato da autorevoli voci italiane come Lucio Caracciolo ed Enrico Letta, rischi oggi di riproporsi in forma aggiornata, con conseguenze dirette sulla collocazione dell’Italia e, più in generale, dell’Europa mediterranea nel nuovo assetto di potere continentale.
Il fascicolo, di cui l’editoriale offre una mappa concettuale, raccoglie contributi dedicati alle reazioni dei singoli attori europei a questa dinamica: dalla sfida che la Francia lancerebbe al bluff tedesco, alla nuova era atomica che legittimerebbe l’ipotesi di una capacità nucleare tedesca, fino alle relazioni tra Berlino e Varsavia lette come partenariato obbligato più che scelto. Analoga attenzione viene riservata al rapporto tra Germania e Paesi Bassi, descritto come laboratorio di un esercito europeo ancora informale, e all’atteggiamento della Svezia, tentata da un ruolo di guida nel Baltico in collaborazione con Berlino, mentre da Londra si osserva con preoccupazione il riemergere della «questione tedesca» come categoria attiva della politica britannica. Si aggiunge il tema dell’ingresso di capitali cinesi nell’economia europea, che l’editoriale colloca sullo sfondo della più ampia competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia per l’influenza sul continente, e la lettura d’oltreoceano secondo cui l’America guarderebbe con favore, forse ingenuamente, al riarmo tedesco.
Il ricorso reiterato ai concetti di «Leuropa» — vezzeggiativo critico per un’Unione a Ventisette percepita come famiglia disomogenea che si finge unita — e di «Geuropa», ipotesi di continente a guida tedesca elaborata da Limes vent’anni fa, restituisce la profondità storica dell’interrogativo posto dall’editoriale: se il progetto comunitario nato come surrogato dell’impero informale statunitense in Europa sia oggi destinato a lasciare spazio a un ordinamento continentale esplicitamente centrato su Berlino, con Bruxelles ridotta a cornice istituzionale di una gerarchia di fatto tedesca.
Conseguenze strategiche
Il dossier evidenzia come il dibattito tedesco sul riarmo tocchi ormai il tabù nucleare. Il richiamo alla retorica dei «falchi» russi — la citazione di Sergej Karaganov, definito da Putin stesso «uomo spaventoso» — e il dibattito sulla cosiddetta «Bomba tedesca», di cui si discute in altra parte del fascicolo, indicano che la soglia della deterrenza nucleare non è più percepita come intangibile. Il ricercatore russo Dmitrij Trenin viene richiamato per la sua posizione secondo cui una Germania dotata di capacità nucleare rappresenterebbe una linea rossa per Mosca, mentre analisti tedeschi come Carlo Masala e Kai-Achim Schönbach offrono letture divergenti sulla effettiva probabilità di un confronto diretto con la Russia.
Il documento Gesamtkonzeption militärische Verteidigung, di cui l’editoriale offre uno sguardo parziale attraverso l’immagine di copertina riprodotta, delinea un percorso di potenziamento delle Forze armate tedesche scandito in tappe: un primo consolidamento entro il 2029, un rafforzamento strutturale attorno al 2035 e un traguardo di piena capacità tecnologica e di sostenibilità nel tempo fissato al 2039. Tale scansione temporale, e la sua coincidenza simbolica con il centenario dell’aggressione alla Polonia, viene giudicata dall’editoriale un elemento di «sincronicità junghiana» degno di nota, capace di alimentare comunque un clima di attesa e allarme nei paesi vicini.
Sul piano dottrinale, l’editoriale critica con nettezza l’uso disinvolto della teoria della «trappola di Tucidide» di Graham Allison, giudicata un paradigma deterministico che rischia di rendere i conflitti quasi automaticamente autoavverantesi, sganciati da un’analisi puntuale delle condizioni storiche concrete. Il richiamo al «Progetto Sparta» — iniziativa promossa da figure di rilievo dell’establishment industriale e finanziario tedesco per costruire una capacità difensiva autonoma dagli Stati Uniti — segnala infine come, al di là della retorica ufficiale, esistano già circuiti di pensiero orientati a un’effettiva discontinuità strategica rispetto all’ombrello atlantico tradizionale.
Va inoltre sottolineato come il modello tedesco «a raggiera» venga esplicitamente presentato, nell’editoriale, come una riproduzione su scala regionale del modello hub-and-spoke storicamente adottato dagli Stati Uniti all’interno della Nato: una scelta che solleva interrogativi sulla natura futura dell’Alleanza atlantica, in bilico tra la persistenza formale della leadership americana e l’emergere di fatto di una leadership militare tedesca sul continente. L’ambizione di Berlino di qualificarsi come quarta grande potenza accanto a Stati Uniti, Russia e Cina — ipotesi definita nell’editoriale come possibile «antidoto alla guerra mondiale» — introduce un ulteriore elemento di instabilità nell’architettura di sicurezza euro-atlantica, poiché presuppone un margine di autonomia strategica che la Germania non ha mai formalmente rivendicato dal secondo dopoguerra.
Sul fronte orientale, la dottrina polacca di potenziamento militare, anch’essa proiettata simbolicamente verso il 2039, viene descritta come sviluppo parallelo e per certi versi speculare a quello tedesco, segno di una competizione latente tra le due potenze intermedie dell’Europa centro-orientale più che di una convergenza strategica automatica. L’insieme di questi elementi — riarmo tedesco, dottrina polacca, retorica nucleare russa e incertezza sulla postura statunitense — compone, secondo l’editoriale, un quadro strategico fluido, nel quale la capacità di distinguere segnali reali da rumore mediatico diventa essa stessa un fattore critico di sicurezza.
Conseguenze marittime
La dimensione marittima costituisce il cuore simbolico e sostanziale dell’intero editoriale, incarnata nella scelta di Helgoland come «punto di condensazione» della questione tedesca. L’isola, ceduta dalla Gran Bretagna alla Germania nel 1890 insieme alla cosiddetta Striscia di Caprivi in cambio di Zanzibar, fu concepita dall’ammiragliato tedesco — con Alfred von Tirpitz — come perno per la proiezione navale nel Mare del Nord e come presidio del Canale di Kiel, infrastruttura chiave per il movimento della flotta tra Baltico e Mare del Nord senza dover aggirare la Danimarca. La sua distruzione parziale nel 1947, con la detonazione controllata di seimilasettecento tonnellate di esplosivo da parte britannica, e la successiva restituzione alla Bundesrepublik nel 1952, ne fanno tuttora un simbolo carico di significati identitari per l’opinione pubblica tedesca.
Le carte allegate al fascicolo, in particolare quella dedicata al Giuk Gap e al Bear Gap, ricordano come l’intero settore artico-atlantico settentrionale resti architrave della postura marittima occidentale: dalle basi russe di Severomorsk, Severodvinsk e Rogačevo sulla Penisola di Kola, alle installazioni Nato di Evenes e Bodø in Norvegia, fino alle basi Raf di Lakenheath e Croughton nel Regno Unito e agli avamposti statunitensi in Groenlandia (Pituffik) e Islanda (Keflavik), quest’ultimo storicamente sede del pattugliamento aeronavale P-8 Poseidon con raggio d’azione di milleduecento miglia nautiche. Tale infrastruttura resta la linea di comunicazione marittima vitale per il controllo occidentale dell’Atlantico settentrionale.
L’ambizione tedesca di espandere la propria sfera di influenza verso il Baltico, la Scandinavia e infine l’Artico viene collegata dall’editoriale alla crescente rilevanza della rotta marittima settentrionale, che secondo le proiezioni richiamate nel testo dovrebbe transitare al largo di Amburgo e Rotterdam, saldando l’asse mercantile tedesco-olandese con le nuove rotte artiche in apertura. Si tratta di una prospettiva che, se confermata, riproporrebbe in chiave contemporanea l’antica ambizione guglielmina di un «Oceano Tedesco», questa volta motivata da interessi commerciali ed energetici più che da competizione navale diretta, ma comunque suscettibile di alterare gli equilibri marittimi dell’intera regione baltico-nordica.
L’editoriale ricostruisce inoltre in dettaglio l’infrastruttura marittima dell’Ansa Tedesca (Deutsche Bucht), definendo Helgoland perno oceanico di un sistema terra-mare che collega quattro grandi estuari fluviali — Elba, Weser, Ems ed Eider — e che, tramite il Canale di Kiel-Brunsbüttel, integra Mare del Nord e Baltico aggirando la Danimarca. La metafora dei sassolini bianchi della fiaba dei fratelli Grimm, disseminati lungo i circa sessantadue chilometri che separano la foce dell’Elba dall’isola, viene utilizzata per rappresentare visivamente il sentiero marittimo che orienta la proiezione tedesca verso l’Artico, teatro di crescente competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina dal quale Berlino non intende restare esclusa. Tale lettura si salda alla ricostruzione storica dello scambio del 1890, quando la Germania ottenne Helgoland e la Striscia di Caprivi, corridoio che collegava l’allora Africa sud-occidentale tedesca al fiume Zambesi, in cambio di Zanzibar, un’operazione che l’editoriale definisce un incasso strategico, motivato più dalla posizione geografica dell’isola che dalla sua estensione.
Conseguenze per l’Italia
L’editoriale, pur concentrato sulla Germania, offre spunti diretti per la postura italiana. Il passaggio dedicato alla condizione di «cobelligerante indiretto» — con la constatazione che l’Italia fornisce armi, denaro e assistenza limitata pur dichiarandosi formalmente in pace — restituisce con crudezza la difficoltà del sistema politico italiano ad ammettere lucidamente il proprio grado di coinvolgimento nel confronto in corso in Ucraina. Tale ambiguità, se protratta, rischia di lasciare l’Italia impreparata sul piano sia comunicativo sia strategico rispetto a un possibile deterioramento del quadro di sicurezza continentale.
Sul piano geopolitico, lo spostamento del baricentro europeo verso l’asse baltico-scandinavo-artico, che l’editoriale individua come tendenza di fondo del riarmo tedesco, comporta un rischio di marginalizzazione della dimensione mediterranea, e con essa della centralità italiana, nei processi decisionali dell’Unione Europea e della Nato. Il precedente storico della Kerneuropa degli anni Novanta, che nella sua prima formulazione escludeva l’Italia collocando il confine simbolico dell’Europa «forte» lungo la linea gotica, viene richiamato come monito di una dinamica che potrebbe riproporsi in forma aggiornata qualora la politica di difesa europea si strutturasse attorno a un nucleo a guida tedesca orientato a nord.
Sul piano industriale e strategico, il riferimento all’articolo di Fabrizio Maronta sulla riconversione dell’industria automobilistica tedesca verso la produzione bellica segnala un possibile riposizionamento competitivo che investe anche filiere italiane, storicamente integrate con quelle tedesche nel comparto della meccanica e della componentistica per la difesa. Per il Centro, tali dinamiche confermano l’urgenza — già oggetto della riflessione istituzionale in preparazione al dibattito di SEA FUTURE — di consolidare una dottrina italiana della marittimità capace di affermare autonomamente l’identità marittima nazionale, anziché subire passivamente la ridefinizione degli equilibri imposta da attori terzi, per quanto alleati.
Un ulteriore piano di riflessione riguarda il parallelismo, suggerito dallo stesso editoriale, fra il «disturbo della memoria» attribuito ai popoli europei invecchiati — l’Italia collocata in testa a tale classifica — e la difficoltà italiana di elaborare una narrazione storica nazionale altrettanto solida quanto quella, per quanto problematica, sviluppata dalla Germania. Il testo osserva ironicamente come gli italiani, avendo «abolito la storia patria», si risparmino parte delle tensioni identitarie che affliggono i tedeschi, ma tale osservazione, se rovesciata in chiave propositiva, segnala anche un deficit di elaborazione strategica di lungo periodo che il Centro, nel proprio lavoro sulla teoria del potere arcipelagico-reticolare, si propone di colmare. Il richiamo, nell’editoriale, al carteggio storico tra il senatore Giulio Andreotti e il fondatore di Limes sul tema di Maastricht conferma inoltre quanto la riflessione italiana su sovranità, integrazione europea e destino tedesco affondi radici che il Centro ritiene utile continuare a coltivare in chiave contemporanea, anche alla luce del termine dispregiativo di conio nordeuropeo «Mittelmeerchaos», con cui si allude sprezzantemente alla componente mediterranea dell’eurozona.
Considerazione del CESMAR su Kaliningrad e il corridoio di Suwałki
La semi-exclave russa di Kaliningrad, ex Königsberg, costituisce uno dei nodi di frizione geopolitica più critici d’Europa. Priva di continuità territoriale con la Federazione Russa e completamente circondata da Stati membri della NATO (Polonia e Lituania), essa dipende da accordi di transito terrestre attraverso il territorio lituano per il proprio approvvigionamento dalla Bielorussia. Questa dipendenza logistica costituisce, agli occhi del Cremlino, una vulnerabilità strategica assimilabile a un assedio potenziale: qualsiasi restrizione severa alle vie di transito, come già sperimentato durante le tensioni sulle sanzioni, viene percepita come una minaccia diretta alla sovranità russa sulla semi-exclave.
Il corridoio di Suwałki — una striscia di 65-90 km al confine polacco-lituano — rappresenta il punto di saldatura (o di rottura) di questo sistema. Per Mosca, il suo controllo militare risolverebbe il problema della continuità territoriale, collegando direttamente Bielorussia e Baltico. Per la NATO, al contrario, esso costituisce l’unico collegamento terrestre tra gli Stati baltici (Lituania, Lettonia, Estonia) e il resto dell’Alleanza: la sua perdita isolerebbe geograficamente e militarmente i tre Paesi baltici, rendendo problematico un rapido rinforzo via terra.
Lo scenario temuto dagli analisti atlantici è quello di un’azione lampo, condotta simultaneamente da Kaliningrad e dalla Bielorussia, capace di occupare il corridoio in poche ore. Il successivo attivarsi delle capacità A2/AD (Anti-Access/Area Denial) russe dislocate a Kaliningrad negherebbe alla NATO l’uso dello spazio aereo e marittimo baltico, ponendo l’Alleanza davanti a un’alternativa drammatica: accettare un fatto compiuto territoriale o rispondere con un’azione militare su vasta scala, con il rischio di innescare un conflitto diretto tra potenze nucleari attraverso l’attivazione dell’Articolo 5.
Il parallelo storico con il corridoio di Danzica appare, in questa prospettiva, tutt’altro che meramente evocativo. Come Danzica separava la Prussia orientale dal resto del Reich, generando una rivendicazione territoriale che divenne casus belli nel 1939, così Kaliningrad e il corridoio di Suwałki riproducono una configurazione geografica in cui l’isolamento territoriale di un attore si traduce in incentivo strutturale all’azione militare per ristabilire la continuità logistica. In entrambi i casi, la geografia — non l’ideologia — costituisce la radice della potenziale escalation: un territorio strategicamente isolato tende a generare pressioni per la sua riconnessione forzata, con conseguenze che eccedono ampiamente la dimensione locale della crisi.
Da un punto di vista metodologico, tale lettura non implica una previsione deterministica di conflitto, ma segnala una vulnerabilità strutturale che merita attenzione analitica autonoma del CESMAR, distinta dalle letture correnti (incluse quelle di Limes che non ne fa parola nel suo numero di giugno), proprio per la sua capacità di generare dinamiche di escalation non pienamente governabili. La risposta della NATO — il passaggio da una dottrina di “deterrenza per rappresaglia” a una di “deterrenza per diniego”, con l’impegno a difendere “ogni centimetro” del territorio alleato fin dal primo minuto — riflette la consapevolezza istituzionale di questa criticità, ma non ne elimina il rischio intrinseco: in un’architettura di sicurezza polarizzata, la logistica territoriale rimane un’arma silenziosa, e un errore di calcolo nel Baltico potrebbe assumere, oggi come nel 1939, una portata continentale.
Conclusioni
L’editoriale di Limes restituisce un quadro allarmato ma non allarmistico della transizione in corso in Germania, letta come cerniera di un più ampio riassestamento dell’ordine europeo sotto la pressione combinata dell’imprevedibilità statunitense, della guerra russo-ucraina e di una crisi identitaria tedesca mai del tutto sopita dal 1945. Il valore analitico del testo risiede meno nella previsione puntuale — lo scenario 2028 su Narva resta un esercizio di guerra ipotetico, non una previsione — quanto nella capacità di collegare dati strutturali di lungo periodo (identità nazionale, geografia marittima, cultura strategica) alle scelte di politica di difesa dell’attualità.
Per gli scopi del Centro si raccomanda, in primo luogo, di seguire con continuità l’evoluzione del documento Gesamtkonzeption militärische Verteidigung e delle sue scansioni temporali 2029-2035-2039, quale indicatore delle intenzioni strategiche tedesche di medio periodo. In secondo luogo, appare utile monitorare l’evoluzione del dibattito politico interno tedesco, in particolare l’andamento elettorale dell’AfD e la tenuta del cosiddetto Brandmauer, quali variabili in grado di condizionare la stabilità della leadership tedesca in Europa. In terzo luogo, si raccomanda di approfondire la dimensione artico-baltica come nuovo terreno di competizione, anche in relazione alle rotte marittime settentrionali e alla loro interazione con gli interessi mediterranei italiani.
Infine, sul piano dottrinale, si suggerisce di proseguire il lavoro già avviato dal Centro sulla teoria del potere arcipelagico-reticolare e sulla centralità mediterranea, così da poter offrire un contrappunto argomentativo italiano alla prospettiva di una Kerneuropa a guida tedesca orientata a nord. Solo un’affermazione autonoma e ben fondata della marittimità italiana potrà infatti garantire all’Italia un ruolo attivo, e non meramente reattivo, nel riassetto degli equilibri europei che l’editoriale di Limes descrive come ormai in corso.
Al termine di questa analisi non va dimenticata la doppia vulnerabilità strutturale che la semi-exclave di Kaliningrad e il corridoio di Suwałki creano in Europa. L’isolamento logistico russo e l’unico collegamento NATO verso i Baltici incentivano un’azione militare forzata per ripristinare la continuità territoriale. Come per Danzica nel 1939, la geografia potrebbe rischiare di innescare, per errore di calcolo, un conflitto nucleare continentale.
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