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Il vertice NATO di Ankara
-di Redazione CeSMar-

NATO- Ankara2026
Credit: Gemini per Cesmar.it

Il 7 e l’8 luglio 2026 si è svolto ad Ankara il trentaseiesimo vertice dei capi di Stato e di governo della NATO, un appuntamento che la stampa internazionale ha ribattezzato come l’atto di nascita della cosiddetta “NATO 3.0”. Il summit si è tenuto in un contesto segnato da tensioni crescenti tra Washington e diversi alleati europei, dal progressivo disimpegno militare statunitense dal continente, dalla guerra in Ucraina giunta al suo quinto anno con un fronte in movimento e dalle ripercussioni della crisi con l’Iran seguita all’operazione militare “Epic Fury”. Il segretario generale Mark Rutte ha definito l’evento un “tremendo successo”, sottolineando l’aumento delle spese per la difesa e il rinnovato sostegno a Kiev, mentre il presidente statunitense Donald Trump ha alternato attacchi durissimi contro alcuni membri dell’Alleanza, in particolare Spagna e Italia, a dichiarazioni conciliatorie sull’unità atlantica. La dichiarazione finale, di appena poche centinaia di parole, ha confermato l’impegno all’articolo 5, ha annunciato investimenti per settanta miliardi di dollari nell’industria della difesa e ha stabilito il trasferimento a Kiev di settanta miliardi di euro per il biennio 2026-2027. Dietro la retorica dell’unità, tuttavia, emergono fratture profonde che questo saggio intende ricostruire, analizzandone le implicazioni geopolitiche, strategiche, marittime e specificamente italiane.

I fatti di Ankara

Il vertice di Ankara si è aperto in un clima di forte incertezza, alimentato dalle settimane precedenti da segnali contraddittori provenienti da Washington. Il segretario di Stato Marco Rubio aveva definito l’incontro come “probabilmente la riunione più importante nella storia della NATO”, mentre fonti diplomatiche avevano confidato agli osservatori che l’obiettivo minimo dell’Alleanza fosse semplicemente quello di “uscirne vivi”. Le premesse non erano favorevoli: negli ultimi mesi gli Stati Uniti avevano annunciato una riduzione delle forze e delle capacità assegnate al teatro europeo, aprendo un periodo di revisione della propria postura militare nel continente sotto l’etichetta interna di “NATO 3.0”, termine che il segretario alla Guerra Pete Hegseth aveva coniato durante la ministeriale della difesa di giugno.
Il primo giorno di lavori è stato dominato dalle esternazioni di Trump, che ha attaccato duramente diversi governi alleati. Ha criticato la Francia, il Regno Unito, la Germania, l’Italia e soprattutto la Spagna, definita “una causa persa” e “un partner terribile della NATO” a causa della sua riluttanza ad aumentare le spese militari e della sua posizione critica sulla guerra con l’Iran. Il presidente statunitense ha inoltre ordinato pubblicamente l’interruzione dei rapporti commerciali con Madrid, sebbene tale minaccia si scontri con vincoli giuridici interni, poiché un embargo totale richiederebbe una dichiarazione formale di emergenza economica e con il fatto che la politica commerciale spagnola è di competenza esclusiva dell’Unione Europea. Contestualmente Trump ha ribadito le proprie ambizioni sulla Groenlandia, provocando la reazione della premier danese Mette Frederiksen, e ha criticato apertamente l’Italia per non avere concesso l’uso delle proprie basi durante l’operazione contro l’Iran, definendo tale scelta “una pessima decisione”.
Nonostante queste tensioni, la seconda giornata si è chiusa con un tono molto più conciliante da parte del presidente americano, che ha parlato di un clima di “unità” e “amore” tra gli alleati. La dichiarazione finale, la più breve degli ultimi anni dopo quella dell’Aia del 2025, ha riaffermato l’impegno “ferreo” all’articolo 5 e l’approccio a trecentosessanta gradi alla deterrenza, definendo la Russia una “minaccia di lungo termine” e chiedendo all’Iran di non dotarsi mai di armi nucleari. Sono stati annunciati oltre cinquanta miliardi di dollari di nuovi contratti di procurement, tra cui l’acquisizione di sistemi AEW&C GlobalEye di Saab e un accordo da duecento milioni di euro tra Accenture, Leonardo e l’agenzia NCIA per la nuova infrastruttura digitale cloud dell’Alleanza. Sul fronte ucraino, gli alleati si sono impegnati a fornire settanta miliardi di euro nel 2026, cifra che si inserisce in un pacchetto biennale complessivo di centoquaranta miliardi con gli Stati Uniti formalmente esclusi dal finanziamento diretto. Trump ha inoltre concesso a Kiev la licenza per produrre autonomamente i sistemi Patriot. Sul fronte turco, Washington ha revocato le sanzioni contro Ankara aprendo alla possibile reintegrazione della Turchia nel programma F-35, congelato dal 2020 in seguito all’acquisto dei sistemi russi S-400.

Le conseguenze geopolitiche

Il vertice di Ankara consolida un riposizionamento degli equilibri geopolitici dell’Alleanza Atlantica che va ben oltre la semplice contabilità degli impegni finanziari. Il dato più significativo è la trasformazione del rapporto tra Washington e i propri alleati europei da garanzia automatica e incondizionata, così come concepita nel Trattato di Washington del 1949, a relazione sempre più esplicitamente transazionale, in cui la protezione militare americana viene condizionata al comportamento economico e politico dei singoli Paesi membri. La vicenda della minaccia commerciale contro la Spagna costituisce in questo senso un case study: al di là dell’effettiva realizzabilità giuridica di un embargo, il messaggio politico inviato agli altri alleati europei è chiaro, e cioè che il mercato statunitense può essere utilizzato come leva disciplinare per correggere comportamenti considerati non allineati, sia in materia di spesa per la difesa sia riguardo al sostegno operativo alle iniziative militari americane extra-area, come dimostrato dal caso iraniano.
Questa dinamica produce una geografia di alleati a diversa intensità di fiducia. Da un lato emergono Paesi come la Polonia, che rafforza costantemente il proprio legame con Washington attraverso accordi industriali, come quello siglato con Anduril Industries per la produzione dei missili da crociera Barracuda, e attraverso la richiesta di una base permanente per le truppe americane sul proprio territorio. Dall’altro lato si collocano Paesi come la Spagna e, in misura diversa, l’Italia, che vengono pubblicamente redarguiti per non avere pienamente assecondato le richieste statunitensi. La Turchia, dal canto suo, ottiene una vistosa riabilitazione strategica, con la revoca delle sanzioni e l’apertura al ritorno nel programma F-35, segno che Washington privilegia sempre più una valutazione pragmatica dell’utilità geopolitica degli alleati rispetto alla loro fedeltà ideologica o al rispetto formale delle regole dell’Alleanza.
Sul piano dei rapporti con la Russia, la dichiarazione di Ankara mantiene la definizione di Mosca come “minaccia di lungo termine”, ma le reazioni russe, affidate al portavoce del Cremlino Dmitry Peskov e al ministro degli Esteri Sergej Lavrov, mostrano come Mosca stia cercando di sfruttare le tensioni interne all’Alleanza per allentare il sostegno europeo a Kiev, presentando la NATO come un’organizzazione sempre più divisa e incapace di offrire garanzie di sicurezza credibili ai propri membri. Contemporaneamente, gli episodi di guerra ibrida contro Paesi europei, incluso il recente arresto a Roma di due agenti in pensione accusati di spionaggio per conto russo, testimoniano come la competizione geopolitica si stia spostando su un piano sublimale, fatto di sabotaggi, spionaggio e attacchi informatici, meno visibile ma non meno insidioso della minaccia convenzionale.

Le conseguenze strategiche

Sotto il profilo strategico, il vertice di Ankara formalizza il passaggio dalla logica del burden sharing a quella del cosiddetto burden shifting, il trasferimento di responsabilità dagli Stati Uniti agli alleati europei per la difesa convenzionale del continente. (Si riferisce alla progressiva transizione dalla condivisione degli oneri al trasferimento di oneri. Significa che i Paesi europei si stanno assumendo maggiori responsabilità e costi per la sicurezza del proprio territorio, consentendo agli Stati Uniti di riallocare parte delle proprie risorse strategiche in altre aree prioritarie per loro), Questa transizione, teorizzata dallo stesso segretario generale Rutte attraverso la formula “un’Europa più forte in una NATO più forte”, comporta conseguenze operative di rilievo che la dichiarazione finale lascia in larga parte indeterminate. Se l’Europa deve infatti assumere il ruolo di first responder della propria sicurezza, mentre Washington si riserva la deterrenza estesa e un impegno sempre più selettivo e rinegoziabile, ne deriva una NATO strutturalmente diversa da quella firmata nel 1949, in cui l’automatismo della garanzia americana lascia spazio a una clausola contrattuale condizionata.
Le implicazioni pratiche di questo mutamento sono già visibili nella riduzione della presenza militare statunitense in Europa, con tagli ad aerei da caccia, navi da guerra e sommergibili precedentemente assegnati alle operazioni NATO, oltre alla cancellazione di unità di attacco di precisione a lungo raggio destinate alla Germania. Analisti come Wallander segnalano che questo processo sta erodendo la cosiddetta escalation dominance dell’Alleanza, cioè la capacità di rispondere in modo proporzionato a ogni livello di aggressione russa senza dover ricorrere immediatamente all’opzione nucleare. Parallelamente, la Russia, secondo le valutazioni del generale tedesco Christian Freuding, si sta riarmando più rapidamente di quanto stimato in precedenza, sostituendo l’equipaggiamento perduto in Ucraina anche grazie alle forniture di Iran e Corea del Nord, sebbene il comandante supremo delle forze alleate in Europa, il generale Alexus Grynkevich, non riscontri indizi di un’aggressione imminente contro la NATO.
Questa divergenza di valutazioni tra il comando militare alleato e le fonti di intelligence nazionali genera un problema di credibilità strategica non trascurabile: un’Alleanza che non riesce a far coincidere la propria narrazione interna con le valutazioni del proprio massimo comando rischia di apparire incerta proprio nel momento in cui dovrebbe mostrare la massima determinazione deterrente. A ciò si aggiunge il nodo del finanziamento pluriennale a Kiev, strutturato su un orizzonte biennale che presuppone l’esistenza, nel 2027, di un fronte ucraino nella sua configurazione attuale; un’ipotesi messa in discussione dalla rapidità con cui le forze russe hanno conquistato roccaforti come Kostiantynivka pochi giorni prima del summit, segno che il tempo della burocrazia alleata e quello della guerra reale procedono su binari sempre più divergenti. Sul fronte opposto, analisti di Rand Europe osservano che l’Ucraina starebbe riconquistando iniziativa strategica grazie alla robotizzazione del campo di battaglia e alla capacità di colpire in profondità il territorio russo, un’evoluzione che, paradossalmente, potrebbe spingere Putin verso una nuova escalation, più probabilmente attraverso operazioni ibride contro i Paesi europei che tramite un confronto convenzionale diretto con l’Alleanza.

Le conseguenze marittime

La dimensione marittima assume ad Ankara un rilievo che va ben oltre la sua consueta collocazione residuale nei dibattiti sulla difesa terrestre europea. In primo luogo, la riabilitazione strategica della Turchia rafforza il controllo di Ankara sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, snodo cruciale per l’accesso al Mar Nero e quindi per la proiezione di potenza sia russa sia occidentale in quel bacino. Il possibile ritorno turco nel programma F-35 e la revoca delle sanzioni collegate all’acquisto dei sistemi S-400 rafforzano la posizione di Ankara come alleato indispensabile non soltanto nel Mar Nero, ma anche nel Mediterraneo orientale, dove incidono le rotte energetiche e le dinamiche di sicurezza regionale connesse alla presenza russa e alle tensioni con Israele. L’aspetto negativo di questo è il timore di Grecia e Israele per un riarmo qualitativo turco.
In secondo luogo, la crisi apertasi con la Spagna riporta l’attenzione sul valore strategico delle basi di Rota e Morón, situate nel sud della penisola iberica in posizione chiave rispetto allo Stretto di Gibilterra e ai corridoi che collegano l’Atlantico al Mediterraneo, al Nord Africa e al Sahel. Una base non è soltanto un’infrastruttura fisica, ma un indicatore della prevedibilità dell’allineamento politico di un alleato: se Madrid dovesse irrigidire le condizioni di accesso alle proprie installazioni in risposta alla pressione commerciale statunitense, gli Stati Uniti perderebbero un nodo di mobilità navale e aerea che collega teatri operativi altrimenti difficilmente raccordabili.
In terzo luogo, l’annuncio del programma “Arctic Sentry“, menzionato da Rutte nella conferenza stampa conclusiva, segnala la crescente attenzione dell’Alleanza verso il quadrante artico, giustificata dalla presenza sempre più assidua di Russia e Cina in quella regione e collegata, seppure formalmente in modo distinto, alle rinnovate ambizioni statunitensi sulla Groenlandia. La dimensione marittima settentrionale si intreccia dunque con quella mediterranea e quella del Mar Nero in un disegno complessivo che rende l’intero perimetro marittimo europeo, dall’Artico allo Stretto di Hormuz menzionato esplicitamente nella dichiarazione finale riguardo alla libertà di navigazione, un terreno di competizione multipla e simultanea. Infine, gli investimenti annunciati per ventisette miliardi di euro destinati a modernizzare la rete logistica e gli oleodotti dell’Alleanza verso il fianco orientale confermano che la resilienza delle infrastrutture energetiche e di trasporto, comprese quelle marittime, resta un pilastro della nuova postura di difesa collettiva.

Le conseguenze per l’Italia

Per l’Italia il vertice di Ankara si è tradotto in una posizione difensiva ma non isolata, gestita dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni con un misto di rivendicazione degli impegni assunti e di cautela diplomatica verso le critiche statunitensi. Meloni ha respinto le accuse di Trump relative all’uso delle basi italiane durante la crisi con l’Iran, ricordando che l’Italia ha rispettato pienamente i propri impegni di spesa, portando la quota di PIL destinata alla difesa dal 1,6 al 2,8 per cento, e sottolineando che il nostro Paese fornisce alla NATO il maggior numero di uomini in assoluto tra gli alleati, con quasi tremila militari impegnati nei principali teatri operativi. La presidente del Consiglio ha inoltre scelto di non tornare pubblicamente sulle polemiche innescate dai post di Trump, privilegiando un atteggiamento di “convinzione e non convenienza” nella gestione dei rapporti con Washington.
Sul piano finanziario, l’Italia dovrà confrontarsi con un innalzamento della traiettoria di spesa verso il 2028, con stime che oscillano tra i diciassette e i diciannove miliardi di euro di incremento complessivo secondo le diverse fonti giornalistiche, superando così gli obiettivi già fissati nel Documento programmatico di finanza pubblica. Roma aveva inizialmente tentato di frenare sull’automatismo del meccanismo biennale di finanziamento a Kiev per il 2026 e il 2027, preferendo una valutazione anno per anno, ma la resistenza italiana si è rapidamente affievolita sia perché la maggioranza degli alleati aveva già deciso di procedere con l’impegno biennale, sia perché tale meccanismo corre in parallelo con il prestito europeo da novanta miliardi già accettato in sede di Unione Europea, rendendo poco conveniente un isolamento negoziale su un fronte che gli altri partner avevano già archiviato.
Sul piano industriale, l’Italia si trova in una posizione di relativo vantaggio grazie al ruolo di Leonardo nell’accordo con Accenture per la nuova infrastruttura digitale della NATO, un contratto settennale da duecento milioni di euro che rafforza la presenza italiana nella filiera tecnologica dell’Alleanza, in particolare nei settori del cloud sicuro e della cybersecurity attraverso l’architettura Zero Trust della Global Cybersec Platform. Meloni ha inoltre ribadito la priorità italiana di trattenere sul territorio nazionale gli investimenti in difesa, sottolineando come acquistare armamenti senza sviluppare contestualmente l’industria italiana ed europea rischierebbe di rendere il Paese dipendente da fornitori esteri per materie prime critiche. Infine, sul fronte diplomatico, l’Italia rivendica una posizione di centralità crescente sul fianco sud dell’Alleanza, valorizzando il Piano Mattei come strumento di proiezione verso l’Africa, e si prepara a ospitare a Roma un tavolo negoziale tra Libano e Israele, confermando un ruolo di mediazione che va oltre la sola dimensione della spesa militare.

Conclusioni

Il vertice di Ankara si chiude con un bilancio ambivalente, che la retorica ufficiale della “NATO 3.0” non riesce del tutto a mascherare. Da un lato, l’Alleanza ha dimostrato una capacità di tenuta formale non scontata alla vigilia del summit, riaffermando l’impegno all’articolo 5, incrementando le spese collettive per la difesa fino al quattro per cento del PIL e confermando il sostegno finanziario e militare all’Ucraina. Dall’altro lato, il vertice ha reso visibile, forse più di ogni precedente appuntamento, la trasformazione della natura stessa dell’Alleanza, sempre più orientata verso una logica transazionale in cui la protezione americana diventa condizionata, selettiva e rinegoziabile a ogni incontro, come dimostra la vicenda della minaccia commerciale contro la Spagna e le critiche dirette rivolte all’Italia.
Le contraddizioni emerse ad Ankara meritano un’attenzione che vada oltre la cronaca del singolo summit. La divergenza di valutazioni sulla reale imminenza della minaccia russa, la logica di mercato che ormai permea il sistema degli aiuti a Kiev, l’ambiguità tra sostegno militare massiccio all’Ucraina e neutralità formalmente dichiarata dalla NATO, e infine il rischio che il burden shifting si traduca in un disimpegno americano mascherato da rafforzamento del pilastro europeo, costituiscono nodi strutturali che il linguaggio diplomatico dei comunicati non risolve, ma semplicemente rinvia al vertice successivo, già annunciato in Albania senza indicazione di data.
Per l’Italia, la raccomandazione più immediata riguarda la necessità di consolidare una postura coerente tra gli impegni di spesa assunti in sede NATO e le priorità di politica industriale nazionale, evitando che l’incremento della spesa per la difesa si traduca in una dipendenza accresciuta da fornitori esteri piuttosto che in un rafforzamento della base industriale italiana ed europea. Sarebbe inoltre opportuno che Roma continuasse a valorizzare il proprio ruolo di mediazione diplomatica sul fronte sud e mediorientale, un terreno in cui il Paese vanta un vantaggio comparato rispetto ad altri alleati europei più esposti sul fianco orientale. A livello più ampio, l’Alleanza nel suo complesso dovrebbe interrogarsi seriamente sulla sostenibilità di un modello in cui la sicurezza collettiva rischia di trasformarsi in un rapporto commerciale a rinnovo condizionato, poiché un’Alleanza che si presenta come comunità di valori ma funziona nei fatti come un abbonamento a pagamento non potrà sorprendersi se ogni vertice futuro si trasformerà, ancora una volta, in una trattativa sul prezzo piuttosto che in una riflessione condivisa su cosa, insieme, si intenda davvero difendere.

Riferimenti bibliografici
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Redazione, “La NATO annuncia un accordo con Accenture per una nuova infrastruttura digitale”, Analisi Difesa, luglio 2026;
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