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La Bussola del 15 luglio 2026

Il collasso della sicurezza nello Stretto di Hormuz: attacchi iraniani a mercantili, blocco navale americano e la crisi del diritto del mare
L’evento che ha segnato ieri, 14 luglio 2026, il panorama geopolitico marittimo globale è rappresentato dall’escalation senza precedenti della crisi nel Golfo Persico, con il ritorno allo scontro armato diretto tra Stati Uniti e Iran nelle acque dello Stretto di Hormuz, arteria vitale attraverso cui transita circa un quinto del petrolio commerciale mondiale. La rottura definitiva del fragile Memorandum di Intesa siglato il 17 giugno scorso ha generato una spirale di violenza che ha colpito direttamente il traffico mercantile civile, innescando una crisi di sicurezza marittima di portata storica.

La spirale degli attacchi e la risposta militare
Nella giornata di ieri, le Forze della Guardia Rivoluzionaria Islamica (IRGC) hanno colpito con missili cruise due petroliere di proprietà degli Emirati Arabi Uniti, la Mombasa e la Al Bahiyah, mentre transitavano nella rotta meridionale dello Stretto di Hormuz, in acque territoriali omanite. L’attacco ha causato la morte di un marittimo di nazionalità indiana e il ferimento di altri otto membri dell’equipaggio, tra cui sei indiani e due ucraini, oltre a incendi a bordo entrambe le navi, poi domati. Il Ministero della Difesa emiratino ha qualificato l’azione come una «violazione flagrante del diritto internazionale» e ha riservato il diritto di rispondere all’escalation. Nella stessa giornata, un’altra unità mercantile, il tanker chimico norvegese Stolt Magnesium, è stato colpito da un ordigno non identificato al largo delle coste dell’Oman, nell’Arabian Sea, provocando un incendio nella sala macchine; fortunatamente, tutti i membri dell’equipaggio sono risultati illesi. Questi attacchi si inseriscono in una sequenza di aggressioni iniziata il 7 luglio, quando l’Iran aveva già colpito tre navi nel Hormuz, e proseguita l’11 luglio con l’attacco alla portacontainer GFS Galaxy, battente bandiera di Cipro, che aveva costretto l’abbandono della nave e il salvataggio dell’equipaggio, con un marittimo indiano ancora disperso. Secondo quanto riportato da Reuters e da Gulf News, le autorità militari statunitensi hanno risposto con una quarta notte consecutiva di raid aerei contro obiettivi iraniani, centrando circa 140 bersagli militari, tra cui siti missilistici, droni, installazioni navali e depositi di munizioni, con l’obiettivo dichiarato di «degradare le capacità iraniane di attaccare i marittimi civili e le navi commerciali». Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha annunciato che il blocco navale contro i porti iraniani, precedentemente rimosso il 18 giugno, sarebbe stato reimposto a partire dalle 20:00 GMT del 14 luglio, intercettando e deviando qualsiasi imbarcazione diretta verso o proveniente dall’Iran, mentre garantendo la libera navigazione per il traffico verso porti non iraniani.

La crisi giuridica e il diritto del mare
Parallelamente agli scontri militari, si è aperta una frontiera giuridica di straordinaria rilevanza. Il presidente Trump, in un post su Truth Social, ha annunciato che gli Stati Uniti si sarebbero autoproclamati «Guardiani dello Stretto di Hormuz» e avrebbero imposto una tassa del 20% sul valore del carico di ogni nave transitante, giustificandola come rimborso per i costi di sicurezza. La proposta, che avrebbe potuto arrivare a costare fino a 30 milioni di dollari per singola petroliera, è stata immediatamente respinta dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), la quale ha ribadito che non esiste alcun fondamento giuridico per l’imposizione di pedaggi obbligatori sui passaggi attraverso stretti utilizzati per la navigazione internazionale, in conformità con il diritto del mare e la Convenzione SOLAS. Il portavoce dell’IMO ha dichiarato che l’agenzia «si oppone fermamente alla tassazione del transito attraverso gli stretti», sottolineando che il diritto di passaggio in transito non può essere «minacciato, impedito, negato, ostacolato, compromesso o sospeso». Secondo Chatham House, la proposta statunitense, oltre a essere contraria al diritto internazionale, ha gravemente danneggiato la credibilità americana nella regione, tanto che lo stesso Trump ha rapidamente ritirato l’idea della tassa, sostituendola con la promessa di «accordi commerciali e di investimento» da parte degli Stati del Golfo. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha replicato affermando che l’Iran è da sempre il «Guardiano» dello Stretto e che, sebbene il 20% sia eccessivo, chi garantisce la sicurezza del transito deve essere compensato, in una sorta di specchio distorto della logica statunitense. Il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha invece denunciato che il ripristino del blocco navale ha «smantellato» il Memorandum di Intesa di Islamabad.

Le implicazioni strategiche e l’impatto sulla blue economy
La crisi del Hormuz si colloca in un contesto di estrema fragilità del sistema marittimo globale. La chiusura dello Stretto, che prima della guerra trasportava circa il 25% del petrolio marittimo mondiale e il 20% del gas naturale liquefatto, ha già provocato nel 2026 la più grave crisi energetica dagli anni Settanta. Ieri, il prezzo del Brent è balzato del 5,1% fino a 87,51 dollari al barile, con il WTI che ha toccato gli 81,21 dollari, in una reazione immediata dei mercati all’escalation. Secondo Fortune, il prezzo del petrolio era salito a 86,99 dollari al barile già nelle prime ore del 14 luglio, con un incremento dell’11% rispetto alla giornata precedente. La crisi ha inoltre spinto i premi assicurativi per il rischio di guerra nel Golfo a livelli esorbitanti: secondo Lloyd’s Market Association, la copertura assicurativa per il transito nel Hormuz è stata rinegoziata fino al 5% del valore della nave, rispetto allo 0,15% pre-crisi. Il numero di transiti giornalieri è crollato da oltre 70 navie, registrate dopo la tregua di giugno, a circa una dozzina. Questa situazione non solo minaccia la sicurezza energetica globale, ma rischia di paralizzare i porti container del Golfo — da Jebel Ali a Dubai a Dammam in Arabia Saudita — che rappresentano nodi logistici critici per il commercio mondiale. L’attacco alla piattaforma petrolifera offshore del Kuwait Oil Company, avvenuto nei giorni precedenti, ha inoltre dimostrato come la minaccia si estenda oltre il semplice transito navale, colpendo direttamente l’infrastruttura energetica regionale.

Conclusioni

Nel medio termine, la prospettiva è quella di una prolungata instabilità nel Golfo Persico, con ripercussioni dirette sulla sicurezza delle rotte commerciali e sugli equilibri di potere navale. La frammentazione del diritto del mare, con Stati Uniti e Iran che rivendicano entrambi il controllo esclusivo di uno stretto internazionale, minaccia di erodere il principio di libera navigazione su cui si fonda il commercio marittimo globale. Le nazioni chiave dell’area — Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman, Kuwait e Qatar — si trovano ora esposte a una escalation militare che potrebbe colpire le loro infrastrutture energetiche e portuali, con conseguenze devastanti per l’economia globale. L’unica via d’uscita realistica, come sottolineato da Chatham House, rimane un accordo negoziato che ripristini la gestione congiunta dello Stretto, magari sulla base del modello dello Stretto di Malacca, dove le tariffe sono limitate ai servizi di pilotaggio e assistenza alla navigazione, senza pedaggi sul semplice transito. Fino a quando tale soluzione non verrà raggiunta, il Golfo Persico resterà una zona ad alta tensione, con costi economici e umani che continueranno a crescere.


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