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del 18 luglio 2026

I limiti logistici di Guam e la sfida della proiezione di potenza nell’Indo-Pacifico

Un’analisi pubblicata il 17 luglio 2026 dal Center for International Maritime Security (CIMSEC) richiama l’attenzione su un nodo strutturale della postura statunitense nel Pacifico: la capacità logistica di Guam, snodo geografico più vicino a Pechino che alle Hawaii, risulta oggi largamente insufficiente a sostenere un conflitto su vasta scala nell’area indo-pacifica.

Un porto sottodimensionato rispetto alle esigenze belliche
Secondo quanto ricostruito dagli autori Crispinus Lee e Joe Schwartzstein, ufficiali della riserva della Marina statunitense, il Porto di Guam gestisce oggi circa 85-86mila container annui attraverso quattro pescaggi e tre gru a portale ormai quarantennali, un volume che soddisfa le esigenze civili dell’isola ma che appare marginale se confrontato con gli standard di un conflitto convenzionale. Gli autori rammentano che durante la Guerra del Golfo gli Stati Uniti movimentarono oltre 400mila tonnellate di munizioni e 117mila veicoli attraverso i porti sauditi, mentre l’intera Operation Iraqi Freedom richiese la movimentazione di quasi 18,5 milioni di container in nove anni: cifre che, se applicate a Guam, ne supererebbero la capacità anche ipotizzandone una crescita vertiginosa delle capacità.

Il paragone con le Falkland e la vulnerabilità di Taiwan
Il precedente più istruttivo, secondo l’analisi CIMSEC, resta la guerra delle Falkland: il Regno Unito dovette sostenere una catena logistica di ottomila miglia nautiche, appoggiandosi all’isola di Ascensione come unico avamposto intermedio privo di un vero porto. Nello scenario indo-pacifico, sostengono gli autori, Taiwan giocherebbe il ruolo delle Falkland e Guam quello di Ascensione, con l’aggravante che, a differenza dell’isola britannica, Guam rientra pienamente nel raggio dei missili convenzionali e nucleari cinesi, rendendo probabile la neutralizzazione parziale delle sue infrastrutture portuali già nelle prime fasi di un’eventuale crisi.

Prepositioning e limiti infrastrutturali
L’analisi evidenzia inoltre le carenze di Guam come base per le scorte logistiche avanzate del Dipartimento della Difesa: mancano banchine e ancoraggi dedicati, la rete elettrica e idrica risulta fragile e le infrastrutture stradali sono giudicate inadeguate a sostenere un afflusso massiccio di mezzi militari. Gli autori propongono un piano di potenziamento che preveda banchine per quattro navi portacontainer ultralarge, aree di stoccaggio comprese tra 250 e 900 acri e un dragaggio dei fondali fino a 45 piedi, sottolineando che l’alternativa, l’impiego di porti asiatici alternativi, comporterebbe una dipendenza da infrastrutture spesso già sotto influenza economica cinese.

Prospettive
Nel medio periodo, la persistente sotto-dimensionamento di Guam rischia di tradursi in un vincolo strutturale alla capacità statunitense di sostenere operazioni prolungate a ovest della linea delle Marianne, in particolare in uno scenario di crisi su Taiwan. La competizione per l’accesso ai pochi hub portuali disponibili nel teatro, unita all’esposizione di Guam agli assetti missilistici cinesi, potrebbe spingere Washington ad accelerare gli investimenti infrastrutturali già pianificati, ma anche a rafforzare la cooperazione con alleati regionali come Giappone, Australia e Filippine per diversificare i punti di appoggio logistico. La questione, di natura squisitamente infrastrutturale, si configura dunque come uno dei fattori più concreti nella valutazione della reale sostenibilità della deterrenza americana nel Pacifico occidentale.


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