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del 23 luglio 2026

Tsushima come paradigma
La traversata della Seconda Squadra russa del Pacifico e le sue lezioni per la prontezza navale contemporanea

Il 23 luglio 2026 la Bussola del CESMAR guarda al passato per illuminare il presente: la traversata della Seconda Squadra russa del Pacifico verso Tsushima, nel 1904-1905, resta un Case Study completo su come interferenza politica, addestramento carente e logistica fragile possano trasformare una flotta imponente in un disastro annunciato per il dominio marittimo.

Un viaggio nato da un errore strategico
Nell’ottobre 1904, dopo la distruzione della flotta russa del Pacifico a Port Arthur, lo zar Nicola II decise di inviare la Flotta del Baltico, ribattezzata Seconda Squadra del Pacifico, in una traversata di circa 18.000 miglia nautiche attorno all’Africa fino all’Estremo Oriente. Il piano originario del comandante designato, il viceammiraglio Zinovij Petrovic Rozestvenskij, prevedeva l’impiego di sole unità moderne, in particolare le quattro corazzate della classe Borodino appena completate. La decisione imperiale di aggregare anche navi obsolete, e in seguito l’intera squadra costiera del contrammiraglio Nikolaj Nebogatov, rispose a una logica numerica più che operativa: secondo la ricostruzione di Steven Wills, pubblicata su War on the Rocks il 21 luglio 2026, alcuni ufficiali di ritorno dal fronte del Pacifico convinsero lo zar che il numero delle unità contasse più della loro effettiva prontezza al combattimento, determinando l’inclusione di vascelli capaci di appena cinque-otto nodi di velocità.
Questo condizionamento politico ritardò inoltre la partenza definitiva della squadra, costretta ad attendere per settimane nella baia di Nosy Be, in Madagascar, l’arrivo della formazione di Nebogatov. Un approfondimento del CESMAR dedicato alla figura di Rozestvenskij osserva come l’ammiraglio avesse manifestato, ancor prima di salpare, riserve esplicite sull’impossibilità logistica della missione, sull’inadeguatezza dei mezzi assegnati e sulla superiorità della flotta giapponese, restando comunque vincolato dalla lealtà dovuta alla corona. La sosta forzata concesse tempo prezioso alla marina imperiale giapponese per riparare le unità logorate dal conflitto e per predisporre l’imboscata risolutiva nello stretto di Tsushima.
La dimensione giuridica del viaggio merita un cenno a parte. Poiché il carbone era stato dichiarato materiale contrabbandato e il Giappone, alleato della Gran Bretagna, ne aveva ottenuto la preclusione dai porti britannici, la squadra russa dovette rifornirsi in mare da una flotta di collier tedeschi della Hamburg-Amerika Line, aggirando così i limiti imposti dal diritto internazionale della neutralità sul rifornimento nei porti terzi. Questa soluzione, per quanto ingegnosa sul piano logistico, espose la squadra a un incidente dalle conseguenze quasi belliche: nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1904, nel Mare del Nord, unità russe scambiarono pescherecci britannici del Dogger Bank per torpediniere giapponesi e aprirono il fuoco, affondandone uno e ferendone gli equipaggi. L’incidente portò la Gran Bretagna sull’orlo della guerra con la Russia e impose a Rozestvenskij una sosta diplomatica forzata a Vigo, in Spagna, dimostrando come errori tattici commessi da una flotta in transito possano rapidamente tradursi in crisi di diritto internazionale.

Addestramento, materiale e morale: i pilastri crollati
Wills individua, nell’analisi delle memorie dell’ufficiale del genio Eugene Politovskij, imbarcato sulla nave ammiraglia Knjaz’ Suvorov, cinque indicatori di una forza non pronta al combattimento: interferenza politica, addestramento insufficiente, scarsa efficienza materiale, scarsa attenzione al benessere degli equipaggi e un diffuso fatalismo. Le esercitazioni di tiro, condotte solo sporadicamente durante la lunga navigazione, produssero risultati che lo stesso Rozestvenskij giudicò, secondo quanto riporta Wills, «troppo vergognosi per essere menzionati», segno di una squadra impreparata a colpire bersagli anche in condizioni diurne favorevoli. Ancora nell’aprile 1905, a un mese dalla battaglia, gli equipaggi non erano abituati alle procedure di allarme notturno, e gli ufficiali di guardia scambiavano ripetutamente pescherecci e mercantili per unità da guerra nemiche, ripetendo di fatto l’errore già commesso nel Mare del Nord.
La stessa fragilità si rifletteva sul piano materiale: la nave officina Kamcatka generava più guasti di quanti ne risolvesse, mentre la nave frigorifero Esperanza dovette essere distaccata dopo ripetute avarie, lasciando gli equipaggi a nutrirsi di un’impopolare pasta di carne salata. Anche le unità da battaglia più moderne, come le corazzate della classe Borodino, erano state immesse in servizio senza collaudi sufficienti a evidenziarne i difetti di costruzione, un elemento che Politovskij, già coinvolto nella loro realizzazione, conosceva bene ma esitava a segnalare per timore di ritorsioni a San Pietroburgo. Sul piano umano, le condizioni ambientali si rivelarono altrettanto gravose: la ventilazione insufficiente e temperature che superavano i 38 gradi resero le sale macchine quasi inabitabili, contribuendo a un logorio psicologico che, come emerge dal diario di Politovskij citato da Wills, si tradusse in episodi di suicidio e in un fatalismo diffuso anche fra gli ufficiali superiori, incluso lo stesso Rozestvenskij, che secondo alcune fonti intendeva rimettere il comando una volta raggiunta Vladivostok.

Tattica navale e continuità dottrinale fino al presente
Sul piano della tattica navale, la battaglia del 27 maggio 1905 offre un caso di manuale sull’importanza della manovra e della velocità relativa delle formazioni in linea di fila. L’ammiraglio giapponese Togo Heihachiro, sfruttando la superiore velocità e omogeneità della propria squadra, eseguì la classica manovra del «taglio della T», incrociando la rotta russa e concentrando il fuoco delle proprie unità su un numero ristretto di bersagli alla volta. La squadra di Rozestvenskij, appesantita dalle unità più lente di Nebogatov e disorientata da segnali di manovra mal eseguiti, non riuscì mai a opporre una risposta coordinata: delle trentotto navi russe, ventidue furono affondate, dodici si arresero e solo tre raggiunsero Vladivostok, con la perdita di oltre 4.500 marinai.
Wills estende l’analisi al presente, osservando come l’insistenza del Congresso statunitense nel mantenere in servizio unità obsolete, così come alcune scelte relative al numero di portaerei impiegate in occasioni recenti, replichino la medesima tensione fra esigenze politiche e razionalità operativa che afflisse la squadra di Rozestvenskij. L’autore richiama inoltre il ritorno della marina statunitense a un addestramento intensivo imperniato sul programma dei Warfare Tactics Instructor, che avrebbe contribuito ai risultati ottenuti nella difesa antimissile e antidrone nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz, contrapposto alle difficoltà mostrate da altre marine occidentali — la fregata danese Iver Huitfeldt e il cacciatorpediniere britannico Diamond, privo del software necessario a impiegare il proprio cannone da 4,5 pollici contro i droni — a riprova che la preparazione tattica non possa mai considerarsi acquisita una volta per tutte.
Sul piano materiale, Wills segnala che anche unità di recente costruzione, come la portaerei Gerald R. Ford, hanno sofferto incidenti riconducibili a ritmi operativi superiori a quanto i piani di manutenzione consentissero, mentre sul fronte del benessere degli equipaggi cita la cancellazione del programma di fregate Constellation, che avrebbe dovuto sostituire gli ampi dormitori collettivi con alloggi più ridotti e dignitosi. A completare il quadro, l’approfondimento del CESMAR sulla figura di Rozestvenskij inquadra il viceammiraglio come esempio paradigmatico del comandante competente sacrificato da un sistema politico-burocratico incapace di tradurre la lucidità del giudizio tattico in scelte strategiche coerenti: un nodo che interpella ogni marina chiamata oggi a sostenere dispiegamenti prolungati in condizioni di ambiguità strategica.

Conclusione
Il caso della Seconda Squadra del Pacifico dimostra che la prontezza operativa non si esaurisce nel possesso di piattaforme moderne, ma dipende dalla capacità di un’istituzione di allineare mezzi, addestramento, logistica e morale a un obiettivo strategico credibile. Per le marine contemporanee, impegnate in scenari di attrito prolungato dal Mar Rosso al Pacifico, la lezione di Tsushima resta attuale: l’apparenza di coerenza formale, mantenuta fino a poco prima della battaglia dalla squadra russa in transito da Singapore, può mascherare un logoramento interno già maturo. Le implicazioni per la sicurezza delle rotte commerciali e per gli equilibri navali odierni derivano proprio da questa distinzione fra potenza dichiarata e potenza effettivamente esercitabile: le nazioni capaci di investire con continuità in manutenzione, addestramento realistico e cura del personale, più che nel solo numero delle unità, saranno quelle in grado di sostenere un confronto navale prolungato senza ripetere l’errore strutturale che, nel 1905, costò alla Russia la propria flotta e migliaia di marinai.

Fonti
Steven Wills, «Learning from the ‘Voyage of the Damned’: The Making of a Russian Naval Disaster», War on the Rocks, 21 luglio 2026.
Approfondimento del CESMAR sulla figura del viceammiraglio Zinovij Petrovic Rozestvenskij, serie «Figure Storiche e Leggendarie».


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