La Bussola
27 Luglio 2026 2026-07-27 14:49La Bussola

La Bussola
del 27 luglio 2026
Trasparenza concettuale ed efficacia operativa nel XXI secolo
Il saggio The Curious Rise of Military Bullshit, a firma del Colonnello Benjamin Gray, Direttore del Training Futures dell’Esercito australiano, affronta con tono volutamente pungente un fenomeno linguistico che attraversa trasversalmente le istituzioni militari occidentali: la proliferazione di un gergo manageriale vuoto, capace di simulare profondità concettuale senza produrre significato operativo. Muovendo dalla celebre distinzione elaborata da Harry Frankfurt tra menzogna e bullshit, l’autore costruisce una tassonomia delle patologie del linguaggio militare contemporaneo — dalle metafore vuote all’inflazione concettuale, fino alla contaminazione lessicale di matrice aziendale. L’analisi, sebbene circoscritta al contesto dell’Esercito australiano, solleva interrogativi di più ampia portata sulla tenuta cognitiva delle culture militari occidentali e sulla relazione, tutt’altro che scontata, tra chiarezza espressiva ed efficacia operativa in guerra.
I Fatti descritti nell’articolo
Il Colonnello Gray muove dalla constatazione, maturata nella sua esperienza diretta di comando, che il linguaggio impiegato nei grandi quartier generali contemporanei si sia progressivamente allontanato dalla funzione primaria per cui esiste: garantire chiarezza d’intento e univocità d’ordine. L’autore individua nel saggio On Bullshit di Harry Frankfurt (1986) la chiave interpretativa del fenomeno, ricordando come il filosofo distingua nettamente il bugiardo, che resta comunque ancorato alla verità pur allontanandosene deliberatamente, dal bullshitter, la cui caratteristica distintiva è l’indifferenza totale rispetto alla verità o falsità di quanto afferma. Applicando questa cornice al contesto militare, Gray costruisce una tassonomia articolata in cinque categorie patologiche.
La prima è la metafora vuota: espressioni come “operare nell’incertezza” o “modellare le condizioni”, capaci di evocare complessità senza offrire alcun contenuto verificabile e proprio per questo pressoché immuni da confutazione.
La seconda categoria è l’inflazione concettuale, ovvero la tendenza a rivestire idee ordinarie con modificatori come “integrato”, “multi-dominio” o “partenariale”, finché il termine smette di distinguere e diventa mera decorazione descrittiva.
La terza è costituita dai costrutti vuoti: parole come targeting, cultura o potenziale, centrali nel pensiero istituzionale, ma sistematicamente dilatate fino a poter descrivere quasi tutto e dunque a non specificare più nulla di operativamente utile.
Segue, quarta categoria, l’uso retorico della terminologia tattica — “decisivo”, “sincronizzato”, “effetti” — un tempo dotata di significato analitico preciso e oggi ridotta ad amplificatore verbale privo di contenuto direttivo.
Infine, Gray denuncia l’infiltrazione del linguaggio manageriale e pubblicitario di matrice aziendale, per cui il compito diventa “esito”, l’azione diventa “effetto” e la responsabilità si dissolve in formulazioni diffuse e sfuggenti.
L’autore corrobora l’argomentazione con episodi vissuti in prima persona: un briefing di livello superiore tanto solenne quanto incomprensibile, accolto da un silenzio collettivo di finta comprensione, e una direttiva di pianificazione che, tradotta in linguaggio ordinario, si riduceva all’istruzione “addestratevi duramente e siate pronti a partire”. Gray richiama inoltre l’intervento pubblico del Vice Capo di Stato Maggiore dell’Esercito australiano, che ha denunciato come la logica manageriale e pubblicitaria abbia “inquinato la professione”, offuscando la realtà violenta della guerra dietro eufemismi come “delivering effects”, in luogo del compito reale delle forze terrestri: cercare, chiudere il combattimento, uccidere, catturare, occupare, tenere e respingere gli attacchi. L’autore chiude la ricostruzione fattuale evocando l’aneddoto napoleonico del caporale interrogato sulla comprensibilità del piano, quale metro di disciplina linguistica ancora oggi valido.
Il saggio di Frank Frankfurt
On Bullshit è un celebre saggio di Harry Frankfurt, professore emerito di filosofia morale a Princeton. Pubblicato inizialmente nel 1986 sulla rivista Raritan Quarterly Review, l’opera è nata dalla volontà di applicare il rigore della filosofia analitica e del linguaggio a un fenomeno pervasivo della società contemporanea, ma fino ad allora ignorato dalla ricerca scientifica: la proliferazione di discorsi vuoti e ciarlatanerie. Nel 2005 la Princeton University Press lo ha ristampato in formato tascabile indipendente, trasformandolo in un clamoroso caso editoriale globale da 27 settimane in cima alla classifica dei bestseller del New York Times. Il successo fu favorito dal tempismo storico: il dibattito pubblico del 2005 era infatti saturato dalla propaganda della Guerra in Iraq e dal marketing politico, contesti in cui abbondavano eufemismi e slogan vacui.
Il nucleo teorico del saggio risiede nella distinzione filosofica tra il bugiardo e il produttore di bullshit (o bullshitter), basata sul loro differente rapporto con la verità. Il bugiardo riconosce l’autorità dei fatti e la validità del confine tra vero e falso; la sua condotta è una deliberata deviazione dalla realtà con lo scopo di occultarla. Al contrario, il bullshitter è caratterizzato da una totale indifferenza verso la realtà oggettiva. Non gli interessa se le sue affermazioni siano vere o false, poiché il suo unico fine è manipolare la percezione dell’ascoltatore, proiettando un’immagine di sé che appaia profonda, competente o strategica attraverso l’uso di formule retoriche e gerghi vuoti.
Per questa ragione, Frankfurt considera il bullshit un nemico della verità molto più insidioso e pericoloso della menzogna stessa. Mentre la bugia presuppone e mantiene in vita il concetto di verità per poterlo negare, l’aria fritta cancella interamente i confini epistemologici. Il saggio si scaglia così contro le derive del postmodernismo e del relativismo, colpevoli di aver sostituito la ricerca dei fatti oggettivi con il mito dell'”autenticità” e della pura efficacia persuasiva. L’autore ha poi completato la sua riflessione nel 2006 con il saggio On Truth, ribadendo che l’indifferenza verso i fatti distrugge la fiducia sociale, la giustizia e l’efficacia delle istituzioni, compresa la chiarezza dei comandi militari.
Aneddoto napoleonico
L’aneddoto napoleonico del “test del soldato più stupido” rappresenta una fondamentale lezione di pragmatismo comunicativo. Si racconta che Napoleone Bonaparte, prima di inviare un ordine operativo ai generali, lo leggesse al militare ritenuto meno colto del quartier generale, chiedendogli di spiegarlo a parole proprie. Se il soldato comprendeva senza esitazioni, il testo era pronto; se mostrava dubbi, l’Imperatore lo riscriveva da capo per eliminare ogni ambiguità. La logica era ferrea: se la mente più limitata capiva la disposizione, nel caos della battaglia non ci sarebbe stato spazio per fatali malintesi.
Questo aneddoto è l’antesignano del principio di trasparenza comunicativa, applicato oggi come fondamentale metro di disciplina in diversi ambiti:
- Semplificazione burocratica: richiama le battaglie di Italo Calvino contro l'”antilingua” e garantisce l’accesso democratico ai diritti dei cittadini meno istruiti.
- Procedure di sicurezza: nei manuali tecnici (aviazione, medicina), istruzioni univoche prevengono disastri operativi.
- UX Writing: nella comunicazione digitale, riduce il carico cognitivo dell’utente secondo il principio KISS (Keep It Simple, Stupid).
Questa disciplina ribalta la responsabilità comunicativa: l’efficacia del messaggio dipende solo dalla capacità di farsi comprendere dal ricevente.
Conseguenze Geopolitiche
Sebbene l’articolo sia concepito come una riflessione interna alla cultura organizzativa dell’Esercito australiano, le sue implicazioni travalicano il perimetro nazionale e investono la dimensione delle relazioni tra alleati. Le architetture di sicurezza contemporanee — dall’AUKUS ai Five Eyes, dalla NATO alle coalizioni ad hoc nell’Indo-Pacifico — si fondano su un’interoperabilità che non è soltanto tecnica e procedurale, ma anzitutto linguistica e concettuale. Quando il gergo manageriale sostituisce la precisione dottrinale all’interno di una singola forza armata, il rischio geopolitico è che tale ambiguità si propaghi nei consessi multinazionali, generando fraintendimenti tra partner che condividono piattaforme e procedure ma non necessariamente le medesime convenzioni semantiche. Un linguaggio istituzionale inflazionato rende inoltre più difficile per i decisori politici valutare con esattezza le reali capacità e intenzioni comunicate dai vertici militari, con conseguenze dirette sulla credibilità dissuasiva e sulla trasparenza strategica verso alleati e opinione pubblica. In un contesto competitivo segnato dalla guerra cognitiva e dalla disinformazione, un’istituzione che smarrisce la propria disciplina espressiva interna rischia altresì di risultare più vulnerabile alla manipolazione narrativa esterna, poiché la propria comunicazione ufficiale finisce per assomigliare, nella forma, proprio a quella retorica vaga e adattabile che caratterizza le operazioni di influenza avversarie.
Conseguenze Strategiche
Sul piano strategico, la posta in gioco individuata da Gray è ancora più diretta: la qualità del linguaggio incide sulla qualità del comando. Il mission command, principio cardine delle dottrine occidentali, presuppone che l’intento del comandante sia compreso senza ambiguità da chi deve tradurlo in azione sul terreno; un linguaggio inflazionato e performativo mina precisamente questa trasmissione, rallentando il processo decisionale nei momenti in cui la velocità e la chiarezza sono determinanti per la sopravvivenza tattica. L’articolo richiama inoltre, tramite le note a margine, un problema di crescente rilevanza strategica: la terminologia impiegata nel controllo dei sistemi autonomi e nell’uso della forza letale deve specificare con precisione chi decide, chi agisce e chi risponde delle conseguenze; un’imprecisione lessicale in questo ambito equivale a un’imprecisione nella catena di responsabilità sull’uso della violenza. Infine, un corpo ufficiali abituato a pensare per formule vaghe rischia di sviluppare, nel tempo, una minore capacità di pianificazione concreta, poiché la produzione di documenti concettualmente ambiziosi ma operativamente vuoti può sostituirsi silenziosamente all’effettivo esercizio del pensiero tattico e strategico.
Conclusioni
Il contributo di Gray, pur adottando un registro volutamente satirico, individua un problema sostanziale: la deriva semantica delle istituzioni militari non è un vezzo stilistico, bensì un indicatore della tenuta del pensiero operativo che le sottende. La guerra, ricorda l’autore, punisce l’ambiguità con immediatezza spietata; perdere disciplina nel linguaggio significa, prima o poi, perdere disciplina nel pensiero. Appare dunque opportuno, anche per istituzioni analoghe operanti in contesto italiano ed europeo, sottoporre periodicamente la propria produzione dottrinale e comunicativa a un vaglio di intelligibilità, verificando se ogni concetto elevato sia effettivamente traducibile in un compito comprensibile al livello esecutivo più basso — il “test del caporale” evocato dall’aneddoto napoleonico. Si raccomanda inoltre una maggiore cautela nell’adozione acritica di terminologia manageriale importata dal mondo corporate, specialmente laddove essa interseca ambiti sensibili come il controllo umano sui sistemi d’arma autonomi, dove la precisione lessicale coincide con la precisione della responsabilità. In definitiva, la chiarezza espressiva non è un lusso accademico, ma una componente essenziale dell’efficacia bellica e della credibilità strategica.
Fonti
Benjamin Gray, “The Curious Rise of Military Bullshit”, Center for International Maritime Security (CIMSEC) — originariamente pubblicato su The Cove, piattaforma di educazione professionale dell’Esercito australiano — 24 luglio 2026. URL: https://cimsec.org/the-curious-rise-of-military-bullshit/.
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