Maestri del Comando
7 Aprile 2026 2026-07-27 7:16Maestri del Comando
George Brydges Rodney
–L’audace dominatore dei Caraibi–
Il Settecento è il grande secolo del dominio navale britannico. Tra la Guerra di Successione Austriaca (1740–1748) e le Guerre della Rivoluzione Francese, la Royal Navy consolida una supremazia che nessuna potenza continentale riuscirà mai a scalfire stabilmente. È in questo lungo arco di conflitti — scandito dalla Guerra dei Sette Anni (1756–1763), dall’indipendenza americana (1775–1783) e dai rivolgimenti che seguiranno — che si forgia la figura di George Brydges Rodney, uno degli ammiragli più capaci, più controversi e più affascinanti della storia navale britannica. Nato il 13 febbraio 1718 a Walton-on-Thames, da una famiglia aristocratica ma finanziariamente fragile – il padre perse ogni sostanza nello scandalo della South Sea Bubble nel 1720 – Rodney entra in marina a quattordici anni grazie alle connessioni familiari e risale i gradi della gerarchia navale con una combinazione di talento genuino e abilità nel muoversi con padronanza all’interno delle consuetudini previste dal “custom of the service“.
La sua carriera abbraccia un’epoca intera: le operazioni anfibio della Guerra dei Sette Anni lungo le coste normanne e nelle Antille francesi, gli anni bui dell’esilio parigino per debiti, il trionfale ritorno con la Battaglia del Chiaro di Luna al largo di Capo San Vincenzo nel 1780, le polemiche incandescenti della cattura di Sint Eustatius nel 1781 quando l’interesse privato interagì negativamente con le esigenze operative, e infine la vittoria nella Battaglia delle Saintes nel 1782, la più importante vittoria navale britannica tra la Guerra dei Sette Anni e Trafalgar. Ancora oggi la Royal Navy annovera Rodney, accanto a Nelson, tra i suoi due più grandi ammiragli. Eppure la sua storia non è quella di un eroe senza macchia: è quella di un uomo complesso, in cui grandezza militare e debolezze umane coesistono con una coerenza che rende la sua analisi straordinariamente istruttiva.
Cenni biografici
Le origini di Rodney spiegano molto del suo carattere. La famiglia, un tempo agiata, precipita nella povertà quando il padre perde tutto nel crac della South Sea Company nel 1720. Il giovane George viene allevato da un padrino benestante e inviato a Harrow, la scuola d’élite che frequentano i rampolli della grande aristocrazia, ma lui vi arriva come un ospite della buona società piuttosto che come membro di diritto. Questa posizione ambigua – la forma dell’élite senza la sua sostanza finanziaria – marca il suo carattere per tutta la vita: un’aspirazione permanente alla ricchezza e al riconoscimento sociale, che si traduce tanto in brillanti iniziative militari quanto in scelte discutibili.
Entrato in marina nel 1732 come «King’s Letter Boy», ottiene il grado di luogotenente nel 1739 e di post-Captain già nel 1742, a soli ventiquattro anni, diventando il capitano più giovane della Royal Navy. La protezione del duca di Chandos, parente lontano, ha certamente il suo peso, ma le sue promozioni successive dipendono in misura crescente dal merito.
Durante la Guerra di Successione Austriaca Rodney si segnala nello Western Squadron sotto gli ammiragli Anson e Hawke, partecipando alla Battaglia di Capo Finisterre nel 1747 a bordo dell’Eagle, dove viene citato per galanteria. Nei primi anni Cinquanta serve come Governatore e comandante in capo di Terranova, consolidando la propria esperienza nell’amministrazione coloniale. Nel 1751 ottiene un seggio parlamentare a Saltash, inaugurando una parallela carriera politica che contribuirà in modo determinante alle sue difficoltà finanziarie: le elezioni del Settecento inglese sono imprese costosissime, e Rodney vi investe somme che non possiede.
La Guerra dei Sette Anni è il suo periodo di maggiore gloria militare nell’arco della mezza età. Nel 1757, sull’HMS Dublin, partecipa alla sfortunata spedizione su Rochefort; nel 1758 combatte sotto Boscawen nell’assedio e nella presa di Louisbourg, in Canada. Nel 1759 viene promosso contrammiraglio e posto al comando di uno squadrone al largo di Le Havre: per due anni bombarda sistematicamente i porti normanni, distruggendo le chiatte piatte radunate dai Francesi per l’invasione dell’Inghilterra e contribuendo in modo sostanziale a sventare il piano. Nel 1761 prende il comando delle Isole Sopravvento(Antille) e nei primi mesi del 1762 conquista in rapida successione Martinica, Santa Lucia e Grenada, portando nelle mani britanniche le colonie più produttive della Francia nei Caraibi. È l’apice della sua carriera fino a quel momento, ma il trattato di Parigi del 1763 restituisce quasi tutto ciò che era stato conquistato, lasciando Rodney amareggiato e senza la ricompensa economica che riteneva di meritare.
Nei quindici anni successivi alla guerra Rodney precipita in una spirale finanziaria sempre più grave. Le spese elettorali per i seggi parlamentari di Okehampton, Penryn e Northampton, il gioco d’azzardo nei circoli aristocratici, le ambizioni familiari lo consumano.
Nel 1774 i debiti sono tali che fugge in Francia per sfuggire ai creditori. Vi rimane quattro anni: è in prigione a Parigi quando nel 1778 la Francia entra in guerra a fianco delle colonie americane. La sua liberazione giunge da dove meno ci si aspetterebbe: il maresciallo Biron, aristocratico francese e suo amico personale, gli presta il denaro necessario a pagare i creditori. Rodney torna in Inghilterra, salda i debiti e viene promosso
ammiraglio di grado pieno. Il paradosso è degno di un romanzo: un ammiraglio britannico tornato in servizio grazie a un benefattore della nazione con cui si accinge a combattere.
Il ritorno è fulminante. Nella notte dell’8 gennaio 1780, al largo di Capo Finisterre, Rodney cattura un convoglio spagnolo di ventidue navi, sette delle quali da guerra. Appena otto giorni dopo, il 16 gennaio, intercetta undici vascelli spagnoli comandati dall’ammiraglio Don Juan de Lángara al largo di Capo San Vincenzo. La battaglia si svolge di notte, in tempesta, con i cannoni che sparano al bagliore dei lampi: è la Battaglia del Chiaro di Luna, una delle più straordinarie azioni navali del secolo. Rodney cattura o distrugge sette navi nemiche, inclusa la fregata ammiraglia. Poi prosegue verso Gibilterra, allora assediata dagli Spagnoli da mesi, e la rifornisce. In poche settimane ha catturato o distrutto molti vascelli nemici e conquistato la fama internazionale.
Il periodo successivo nelle Antille è segnato da tensioni con i suoi capitani. Il 17 aprile 1780 affronta il conte de Guichen al largo della Martinica con ventidue vascelli contro ventiquattro: la battaglia non è decisiva perché alcuni capitani ignorano i segnali tattici di Rodney, interpretando le istruzioni del Fighting Instructions tradizionali invece di seguire gli ordini specifici dell’ammiraglio. Rodney è furioso: il suo sistema di segnali più sofisticato, che avrebbe dovuto permettere manovre coordinate, fallisce per la rigidità mentale dei subordinati. Questa frustrazione lo accompagnerà fino alle Saintes.
Il 3 febbraio 1781 Rodney cattura Sint Eustatius, isola olandese che fungeva da enorme emporio neutrale rifornendo le colonie americane in rivolta. L’operazione è militarmente ineccepibile: in poche ore l’isola cade senza combattimento, con 130 navi mercantili nel porto e magazzini rigurgitanti di merci. Ma ciò che segue getta un’ombra duratura sulla sua figura: Rodney, ossessionato dai debiti e dalla prospettiva di arricchirsi, rimane sull’isola per mesi a catalogare i beni confiscati, sequestrando non solo le merci dei nemici ma anche quelle dei mercanti britannici che commerciavano illegalmente con i ribelli, e ordinando misure brutali verso la comunità ebraica dell’isola. Le critiche fioccano da Londra; il suo secondo in comando, l’ammiraglio Hood, lo accusa di aver sacrificato gli interessi strategici al profitto personale. Nel frattempo de Grasse si dirige indisturbato verso Martinica, e la successiva catena di eventi contribuirà alla catastrofe di Yorktown (la resa definitiva delle truppe britanniche avvenuta il 19 ottobre 1781).
Nel 1782 Rodney torna alle Antille con ordini precisi: affrontare e sconfiggere de Grasse, che punta alla conquista della Giamaica in collaborazione con gli Spagnoli. Il 9 aprile i due schieramenti si scontrano in un’azione preliminare. Il 12 aprile 1782, nello stretto tra Dominica e le isole Saintes, avviene la battaglia decisiva. Rodney comanda trentasei vascelli contro trentaquattro francesi. Quando un mutamento del vento disorganizza la linea di de Grasse, Rodney coglie l’occasione e rompe la formazione nemica in due punti, una manovra tattica audace che prefigura la tecnica che Nelson impiegherà a Trafalgar ventitré anni dopo. Il risultato è schiacciante: cinque vascelli francesi catturati, il Ville de Paris ammiraglia con de Grasse prigioniero, la Giamaica salva. Nella sua lettera al governo Rodney scrive con sobria soddisfazione: «In soli due anni ho catturato due ammiragli spagnoli, uno francese e uno olandese.» Al ritorno in Inghilterra viene elevato alla Paria come primo Barone Rodney e ottiene una pensione annua di duemila sterline. Muore il 24 maggio 1792, a settantaquattro anni, esausto e ancora impegnato nelle cause legali per Sint Eustatius.
Virtù umane e navali
Dedizione
La dedizione di Rodney alla marina è autenticata da sessant’anni di servizio che coprono quattro grandi conflitti europei. Non si tratta di una devozione romantica o astratta: è la fedeltà concreta di un uomo che riprende il comando a sessantadue anni, dopo quattro anni di esilio parigino e anni di umiliazione finanziaria, e lo fa in un momento in cui la Gran Bretagna ha disperatamente bisogno di un ammiraglio capace di combattere e vincere. La resistenza fisica di Rodney è straordinaria considerato che combatte le sue battaglie più celebri tra i sessanta e i sessantaquattro anni, in condizioni di salute sempre più precarie – è afflitto dalla gotta e da altre malattie croniche – e sul ponte di navi da guerra nel pieno dell’Atlantico in tempesta. Quando la Battaglia del Chiaro di Luna si combatte nella notte del 16 gennaio 1780, Rodney è su un ponte spazzato da raffiche e pioggia, guidando la caccia ai vascelli spagnoli nel buio. Questa presenza fisica in prima linea, che non si esime mai dai rischi che impone agli altri, è la forma più elementare e autentica dello spirito di servizio.
Lealtà
Il rapporto di Rodney con l’obbedienza è complesso e non privo di tensioni. Egli è un ammiraglio dell’era pre-nelsonica, in cui la disciplina tattica è ancora prevalentemente concepita come fedeltà alla linea di battaglia e alle Fighting Instructions tradizionali. La sua frustrazione con i capitani che a Martinica nel 1780 ignorano i suoi segnali tattici rivela una visione della disciplina che va oltre l’obbedienza formale: pretende una comprensione attiva degli intenti del comandante. La sua lealtà alla Corona e all’istituzione navale è incrollabile, ma la sua lealtà verso i singoli colleghi e subordinati è più condizionale e spesso dipende da quanto essi si adeguano alla sua visione. Verso i marinai comuni mostra invece una sollecitudine costante, testimoniata dalle fonti che lo descrivono come «sempre attento ai bisogni del ponte inferiore»: la disuguaglianza del suo comportamento – più rispettoso verso i gradi inferiori che verso i pari – è una delle sue peculiarità più interessanti.
Appartenenza
Il senso della patria in Rodney è profondo e vissuto. Ogni vittoria è concepita come un servizio alla nazione: la sollevazione di Gibilterra nel 1780, la difesa della Giamaica nel 1782 sono azioni che Rodney interpreta come doveri primari verso la Gran Bretagna. Il suo discorso dopo le Saintes – «ho salvato la Giamaica e distrutto il prestigio navale francese» – non è vanteria ma la dichiarazione di un uomo che misura se stesso sulla scala del servizio nazionale. Lo spirito di corpo che costruisce all’interno delle sue flotte è efficace sul piano operativo, anche se il suo carattere spesso difficile e la tendenza al nepotismo – promuove il figlio diciassettenne al grado di post-captain, una pratica comunque diffusa nell’epoca – creano tensioni con i colleghi di pari grado. La sua relazione con Hood, secondo in comando alle Saintes, è emblematica: tecnicamente efficiente ma personalmente tesa, animata da reciproca diffidenza.
Autorevolezza
L’autorevolezza di Rodney ha radici solide nella competenza accumulata nel corso di mezzo secolo di navigazione in ogni tipo di condizione e teatro operativo. La sua conoscenza delle Antille è enciclopedica: ha operato nelle Isole Sopravvento nel 1762, ha governato la stazione della Giamaica nel 1771-74, è tornato nei Caraibi nel 1780. Questa familiarità con il teatro, con le correnti, i venti stagionali, i porti e le basi logistiche nemiche, è la fonte di un’autorevolezza che va oltre il grado formale. La sua integrità militare è indiscutibile sul piano tattico e strategico: non ha paura di prendere decisioni impopolari, di accusare i capitani negligenti, di rompere la linea di battaglia quando il momento lo richiede. Ma l’integrità morale è compromessa dall’ossessione per il denaro: il comportamento a Sint Eustatius, dove il perseguimento del profitto personale ha la meglio sul giudizio strategico, è una macchia permanente che le sue vittorie non cancellano. Le fonti storiche lo descrivono come «eccellente ufficiale ma vanitoso, egoista e senza scrupoli nel cercare denaro di preda e nel promuovere gli interessi familiari.» Questa tensione tra eccellenza militare e debolezza morale è la linea di frattura del suo carattere.
Capacità di giudizio
Le battaglie di Rodney sono lezioni di giudizio tattico applicato. La Battaglia del Chiaro di Luna è un capolavoro di inseguimento notturno: decidere di combattere di notte in tempesta, sfruttare la sorpresa e il disordine avversario, mantenere la pressione per ore nel buio richiedono un coraggio e una sicurezza di sé che pochi ammiragli contemporanei avrebbero potuto replicare. La rottura della linea alle Saintes – su cui ancora si discute se fosse un’azione pianificata o una risposta istantiva al mutamento del vento – rivela in ogni caso la capacità di leggere il momento tattico e di agire immediatamente. Il suo istinto tattico si manifesta anche nella scelta di sviluppare un sistema di segnali più sofisticato delle Fighting Instructions tradizionali, precorrendo le riforme che Howe formalizzerà negli anni successivi. Quando questo sistema fallisce per la rigidità dei suoi capitani, Rodney non si arrende all’ortodossia: persiste nella sua visione, cercando ufficiali capaci di seguirlo.
Responsabilità
La responsabilità è la categoria in cui il profilo di Rodney mostra le maggiori contraddizioni. Sul piano militare la sua pianificazione è rigorosa: la spedizione del 1779-80 verso le Antille è orchestrata con la doppia missione di soccorrere Gibilterra e di portare forze fresche nelle Indie Occidentali, e la sequenza – convoglio spagnolo, Battaglia del Chiaro di Luna, rifornimento di Gibilterra, Antille – si svolge con una coordinazione logistica impeccabile. Ma la responsabilità verso la missione strategica subisce un cedimento grave nell’episodio di Sint Eustatius: trattenere la flotta per mesi a catalogare bottino mentre de Grasse si sposta liberamente in acque strategicamente decisive è un errore di giudizio che Rodney stesso non riconosce mai pubblicamente. L’equilibrio tra interesse personale e dovere pubblico, che è il nucleo di ogni vera responsabilità, viene meno in questo passaggio cruciale, con conseguenze che si riverberano fino a Yorktown.
Consapevolezza
La fiducia in se stesso di Rodney è quasi illimitata, a tratti sconfinante nell’arroganza. Questa certezza lo rende capace di decisioni audaci sul ponte di battaglia, ma lo rende anche cieco di fronte alle proprie debolezze. La sua lucidità militare non si estende all’analisi delle proprie motivazioni: non riconosce, o non vuole riconoscere, il momento in cui l’interesse personale ha preso il sopravvento sulla missione. L’umiltà è la virtù più assente nel suo carattere: il risentimento per non essere stato adeguatamente ricompensato dopo le campagne del 1762, l’incapacità di accettare le critiche post-Sint Eustatius, la risposta arrogante alle accuse parlamentari, indicano un uomo che misura il proprio valore con una scala che non ammette revisioni. Eppure questa stessa incrollabile autostima è il serbatoio da cui attinge il coraggio di intraprendere imprese che altri ammiragli, più prudenti o più dubbiosi di sé, non avrebbero tentato.
Padronanza
Rodney è uno dei più significativi innovatori tattici della storia navale britannica pre-nelsonica. Il suo sistema di segnali più articolato, che punta a sostituire la rigidità della linea di battaglia con manovre più flessibili e coordinate, anticipa le riforme di Howe e la dottrina che Nelson porterà a Trafalgar. L’adattabilità emerge con chiarezza nella sua capacità di trasferire i metodi appresi nei diversi teatri: l’esperienza nelle acque europee si fonde con la conoscenza specifica dei Caraibi per produrre una tattica calibrata sulle condizioni locali – venti alisei, correnti tropicali, spazi di manovra tra le isole. L’autocontrollo, invece, è una delle sue qualità più variabili: sul ponte di battaglia è freddo e metodico; nelle controversie con i colleghi e nelle discussioni parlamentari tende all’impulsività e alla tracotanza, che gli alienano alleati preziosi.
Motivazione
La motivazione di Rodney è mista e onesta: amore per la marina e per la vittoria, senso del dovere verso la patria, ma anche – e apertamente – desiderio di ricchezza e di riconoscimento sociale. Questa combinazione di motivazioni noble e prosaiche non è insolita nel Settecento, epoca in cui il sistema dei prize money era strutturalmente intrecciato con l’efficienza militare, ma in Rodney raggiunge un’intensità che spesso disturba l’equilibrio tra le due componenti. L’impegno è invece assoluto: a sessantadue anni torna in servizio attivo dopo anni di umiliazione, e lo fa con un’energia che impressiona i contemporanei. La sua iniziativa si manifesta nella creatività tattica, nella volontà di innovare i sistemi di segnali, nella prontezza di cogliere le opportunità nel corso della battaglia. Come esempio, motiva attraverso la visibilità: è sempre sul ponte nei momenti critici, condivide i rischi con gli uomini, non si nasconde dietro la distanza del comando.
Empatia
L’empatia di Rodney è selettiva e stratificata. Capisce profondamente i marinai – le loro fatiche fisiche, i loro bisogni elementari, le loro motivazioni. Capisce discretamente i capitani, almeno sul piano tattico. Non capisce i colleghi di pari rango nelle loro ambizioni e sensibilità, e quasi non prova a capire gli avversari politici. La sua comprensione è funzionale: serve a ottenere risultati operativi, non a costruire relazioni. Il punto cieco più grande è l’incapacità di comprendere se stesso: la lucidità militare non si estende mai all’analisi delle proprie motivazioni, e il momento in cui l’interesse personale prende il sopravvento sulla missione – Sint Eustatius – non viene mai riconosciuto come tale.
La consapevolezza politica rappresenta la dimensione più fragile dell’intero profilo. Rodney è un uomo del ponte di battaglia che non ha mai sviluppato la lettura dell’ambiente politico e istituzionale che la sua carriera richiedeva. Spende fortune in elezioni parlamentari che non producono influenza reale. Non converte le vittorie militari in alleanze politiche stabili. Gestisce la controversia di Sint Eustatius in modo da alienarsi persino i sostenitori. Ritorna dall’esilio parigino grazie a un aristocratico francese – un paradosso di cui non sembra cogliere appieno le implicazioni simboliche. La sua intelligenza è tattica, non strategica nel senso politico del termine.
Rodney guida per esempio, non per delega: è sul ponte nei momenti critici, condivide i rischi con gli uomini, non si nasconde dietro la distanza del comando. La sua presenza fisica nella Battaglia del Chiaro di Luna – sul ponte spazzato dalla tempesta, nella notte, a sessantadue anni malato di gotta – è la forma più elementare e più convincente di leadership. Sa anche motivare attraverso la visibilità della propria competenza: non arringa, non è un oratore, non costruisce miti di sé; mostra semplicemente che sa quello che fa, in ogni condizione, e questo basta a trascinare gli uomini.
Leadership
Il tratto distintivo di Rodney come leader è un’autorevolezza fondata sulla competenza tecnica, costruita in sessant’anni di navigazione in ogni teatro e condizione. Non è autorità formale, ma legittimità guadagnata sul campo, che culmina in decisioni audaci come la rottura della linea alle Saintes (1782) o la battaglia notturna al Chiaro di Luna.
La sua leadership ha tuttavia una struttura asimmetrica: funziona in modo eccellente verso i subordinati – marinai, sottufficiali, gradi intermedi – ma si inceppa nei rapporti con i pari e con le istituzioni superiori. È un leader verticale, non orizzontale. In Parlamento e con l’Ammiragliato, la sua capacità di influenza è limitata da una reputazione controversa e da uno stile comunicativo impulsivo, difensivo, incapace di costruire consenso.
Sul piano tattico è invece un innovatore: il suo sistema di segnali più articolato punta a trasmettere non solo l’ordine ma l’intenzione del comandante, anticipando le riforme di Howe e la dottrina di Nelson.
Lo spirito di corpo che produce è efficace sotto la pressione del combattimento, ma fragile nei momenti di pausa e conflitto. La coesione è performativa, basata sul rispetto e sulla competenza, non sull’affetto. Verso i marinai comuni mostra una cura pratica e genuina; eppure il nepotismo sistematico rivela un confine netto nella sua equità.
Il limite più profondo rimane la gestione dei conflitti: quando ha ragione, è punitivo; quando ha torto, non lo riconosce mai.
Conclusioni
George Brydges Rodney è uno degli esempi più istruttivi che la storia militare offra di una leadership genuinamente grande e genuinamente difettosa allo stesso tempo. La sua grandezza non è in discussione: tra la Battaglia del Chiaro di Luna del 1780 e la vittoria alle Saintes del 1782, in soli due anni di comando attivo, ha distrutto o catturato le flotte di tre potenze nemiche, sollevato Gibilterra dall’assedio e salvato la Giamaica dall’invasione. La sua innovazione tattica – la rottura della linea di battaglia, il sistema di segnali avanzato – ha posto le basi dottrinali su cui Nelson costruirà il capolavoro di Trafalgar. La Royal Navy lo considera ancora, non a torto, il secondo più grande ammiraglio della sua storia.
Ma i difetti sono altrettanto reali. L’ossessione per il denaro non è semplicemente una debolezza morale privata: si riversa nelle decisioni operative con conseguenze strategiche. Sint Eustatius non è soltanto uno scandalo etico – le misure brutali verso i mercanti e la comunità ebraica dell’isola sono episodi che la storia giudica giustamente con durezza – è anche un errore di calcolo strategico che, lasciando de Grasse libero di muoversi, contribuisce alla catena di eventi che porterà alla resa di Yorktown e alla perdita delle colonie americane. Il più grande ammiraglio della sua epoca ha dunque contribuito, sia pure indirettamente, alla più grande sconfitta strategica dell’Inghilterra nel Settecento.
Ciò che rende Rodney particolarmente prezioso come caso di studio nella leadership è proprio questa complessità irrisolta. La sua figura demolisce l’illusione che grandezza militare e integrità morale siano automaticamente correlate, che un uomo capace di vincere battaglie decisive sia necessariamente un uomo capace di vincere le battaglie con se stesso. Il coraggio sul ponte non implica il coraggio di resistere alla cupidigia; l’innovazione tattica non implica la saggezza strategica; la cura per i marinai non implica il rispetto per chi è considerato nemico o strumento.
Eppure, nella valutazione complessiva, Rodney emerge come un leader di straordinaria efficacia militare, animato da un senso genuino del dovere verso la nazione e da una competenza tecnica e tattica che pochi contemporanei potevano eguagliare. Le sue vittorie non sono frutto del caso o della superiorità materiale: sono il prodotto di una mente militare di prim’ordine, capace di leggere le situazioni, di innovare i metodi e di agire nel momento decisivo con la prontezza che distingue i veri comandanti dai semplici esecutori. La sua lezione più duratura è forse questa: la grandezza militare non redime le debolezze umane, ma neppure le debolezze umane cancellano la grandezza militare. La storia di Rodney ci insegna a guardare agli uomini nella loro interezza – con le vittorie e con le ombre – perché è nell’interezza che risiede la comprensione vera di ciò che significa guidare, decidere e rispondere delle proprie scelte davanti alla storia.
Bibliografia
Libri
Mundy, Godfrey Basil, The Life and Correspondence of the Late Admiral Lord Rodney, John Murray, London, 1830.
Macintyre, Donald, Admiral Rodney, Peter Davies, London, 1962.
Spinney, David, Rodney, George Allen & Unwin, London, 1969.
Hannay, David, Life of Rodney, Macmillan, London, 1891.
Trew, Peter, Rodney and the Breaking of the Line, Pen and Sword, Barnsley, 2006.
Rodger, N.A.M., Command of the Ocean: A Naval History of Britain, 1649–1815, Penguin Books, London, 2006.
Tutte le biografie pubblicate sono raccolte alla pagina Maestri del Comando dal menù principale.
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