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Maestri del Comando

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STORIA

Maestri del Comando

L’Ammiraglio Stepan Osipovich Makarov rappresenta una delle figure più luminose e complesse della storia navale mondiale, incarnando quell’archetipo del comandante che unisce genio scientifico, audacia tattica e profonda umanità.
Nato l’8 gennaio 1849 a Nikolaev, nell’odierna Ucraina, da una famiglia di umili origini – il padre era un sottufficiale ausiliario della flotta – Makarov visse e operò durante un periodo di trasformazioni radicali per la Marina Imperiale Russa e per la geopolitica globale.
Il contesto storico che lo vide protagonista fu quello della cosiddetta “Nuova Era Imperiale” russa, caratterizzata dall’espansione verso l’Estremo Oriente e dalla crescente tensione con l’Impero Giapponese per il controllo della Manciuria e della Corea. 
La sua carriera coincise con l’età delle rivoluzioni tecnologiche navali: il passaggio dalla vela al vapore, l’avvento delle corazzate, l’introduzione del siluro e delle mine navali, lo sviluppo delle comunicazioni wireless.
Questo era anche il periodo in cui la Russia, pur possedendo una delle marine più numerose del mondo, soffriva di profonde contraddizioni strutturali: una gerarchia rigidamente aristocratica, una formazione insufficiente, una manutenzione trascurata e una cultura militare permeata da formalismo e burocratismo. 
Makarov emerse come una forza rivoluzionaria all’interno di questo sistema, capace di fondere la tradizione con l’innovazione, il rigore scientifico con l’istinto combattivo. 
La sua vita si concluse tragicamente il 13 aprile 1904, durante la Guerra Russo-Giapponese, quando la sua ammiraglia Petropavlovsk colpì una mina e affondò in meno di due minuti al largo di Port Arthur, portando con sé il comandante e 631 membri dell’equipaggio. La sua morte prematura, a soli cinquantacinque anni, privò la Russia dell’unico leader capace di contrastare l’ascesa della Marina Imperiale Giapponese, segnando di fatto il destino della flotta del Pacifico e, in ultima analisi, l’esito del conflitto.

Cenni biografici

La carriera di Makarov fu segnata da una serie di imprese che ne testimoniano l’eccezionalità multidimensionale. 
La sua ascesa iniziò in modo anomalo per i tempi: non potendo accedere alle scuole preparatorie riservate alla nobiltà, frequentò l’Accademia Mercantile di Nikolaevsk sull’Amur, un istituto per “nessuno dal punto di vista sociale e politico“, come ebbe a definirlo uno storico. Tuttavia, le sue capacità furono talmente evidenti che il Contrammiraglio Pyotr Kazakevich violò le regole per ottenergli una nomina come cadetto nella Flotta del Pacifico. 
Nel 1863, a quindici anni, iniziò la sua formazione pratica a bordo dello clipper Bogatyr sotto il comando dell’Ammiraglio Aleksandr Popov, figura che esercitò su di lui un’influenza formativa determinante. 
Tra il 1866 e il 1869 partecipò alla circumnavigazione del globo a bordo della corvetta Askold, un viaggio che gli permise di acquisire una visione cosmopolita e una profonda conoscenza delle rotte oceaniche. Negli anni Settanta del XIX secolo, Makarov si distinse come inventore e innovatore tecnologico: nel 1870 progettò il “collision mat“, un dispositivo per sigillare le falle nello scafo delle navi, che espose alla Fiera Mondiale di Vienna del 1873. 
Ma fu durante la Guerra Russo-Turca del 1877-1878 che Makarov rivelò il suo genio tattico e il suo coraggio. Al comando dell’appoggio torpediniere Velikiy Knyaz Konstantin, divenne uno dei primi al mondo a comprendere il potenziale rivoluzionario dei siluri autopropulsi. Il 14 gennaio 1878, al largo di Batumi, lanciò il primo attacco nella storia con un siluro Whitehead contro la nave ottomana Intibakh, affondandola. 
Questa impresa non fu solo un successo militare, ma una dimostrazione di come la tecnologia potesse ribaltare le gerarchie navali tradizionali. Nel corso del conflitto, Makarov sviluppò tattiche per le flottiglie di siluranti che avrebbero influenzato la guerra navale per decenni.
Dopo la guerra, tra il 1879 e il 1880, partecipò alla spedizione militare per la conquista russa dell’Asia Centrale, dimostrando versatilità anche nelle operazioni terrestri. 
Promosso capitano di primo rango nel 1881, Makarov non si limitò all’attività operativa ma si impose come studioso e scienziato. La sua spedizione oceanografica a bordo della corvetta Vityaz, durata trentatré mesi intorno al mondo, produsse oltre 250 misurazioni di temperatura e densità dell’acqua a profondità variabili dai 25 agli 800 metri. I risultati furono pubblicati nell’opera fondamentale “Il Vityaz e l’Oceano Pacifico” (1894), che gli valse il riconoscimento internazionale come oceanografo e premi dall’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo e dalla Società Geografica Russa. 
Makarov fu anche un visionario dell’esplorazione artica: nel 1897 presentò alla Società Geografica Russa la relazione “Dritti al Polo Nord!”, sostenendo la necessità di aprire la navigazione lungo le coste settentrionali della Siberia mediante l’uso di rompighiaccio. Su sua iniziativa fu costruito l’Ermak, il primo rompighiaccio oceanico della storia, che comandò nelle spedizioni del 1899-1901 verso Spitsbergen e Novaya Zemlya. 
Promosso contrammiraglio nel 1890 – il più giovane della storia della Marina russa – e viceammiraglio nel 1896, Makarov ricoprì incarichi di comando sempre più prestigiosi: comandante della Squadra del Mediterraneo (1894-1895), responsabile dell’addestramento navale (1895-1896), governatore militare e comandante del porto di Kronstadt (1899). In questi ruoli, cercò instancabilmente di modernizzare la Marina, introducendo nuovi metodi di addestramento, progettando navi posamine specializzate, sviluppando proiettili perforanti noti come “punte Makarov” e promuovendo le comunicazioni wireless tra le navi. 
Tuttavia, le sue proposte di riforma urtarono spesso contro l’inerzia burocratica e le resistenze della corte.
Quando scoppiò la Guerra Russo-Giapponese il 9 febbraio 1904 con il sorprendente attacco notturno giapponese a Port Arthur, la situazione della flotta russa era disastrosa: due corazzate erano state rese non operative, il comando era paralizzato dall’indecisione, l’addestramento era inesistente e il morale al minimo storico. 
Il 24 febbraio 1904, lo Zar Nicola II, di fronte all’emergenza, nominò Makarov comandante della Squadra del Pacifico. L’ammiraglio impiegò circa un mese per organizzare il suo stato maggiore, selezionare tecnici esperti per le riparazioni, attraversare la Russia in treno e raggiungere Port Arthur, dove arrivò l’8 marzo. 
Trovò una situazione peggiore del previsto: il comandante precedente, il viceammiraglio Yevgeniy Alekseyev, era un aristocratico incompetente che aveva trascurato ogni aspetto operativo; il porto non era stato adeguatamente difeso, non esisteva una strategia condivisa con l’esercito, e la squadra necessitava di ventidue ore solo per uscire dal porto. Makarov si gettò nel lavoro con l’energia disperata di chi sa di avere poco tempo. 
In sole due settimane, ridusse il tempo di uscita del porto a due ore e mezza, instaurò esercitazioni notturne per i siluranti, supervisionò personalmente le riparazioni delle navi danneggiate – inventando perfino un sistema di cassoni per riparare la corazzata Tsessarevich in assenza di un bacino di carenaggio – e, soprattutto, trasformò il morale dell’equipaggio. 
Il 10 marzo, solo due giorni dopo il suo arrivo, quando un cacciatorpediniere russo fu attaccato da unità giapponesi, Makarov trasferì la sua insegna dall’incrociatore Askold al più veloce Novik e si lanciò personalmente nella mischia, sebbene l’azione non avesse successo tattico. 
Quel gesto, tuttavia, gli valse l’adorazione dei marinai, che lo soprannominarono “Barba Vecchia” e “Nonnino” e che, secondo la testimonianza di un ufficiale, “avrebbero dato la vita per lui”. 
Per un mese, Makarov tenne la squadra in costante attività, uscendo in mare quasi ogni giorno, sfidando il blocco giapponese, respingendo tentativi di ostruzione del porto e infliggendo danni alla flotta nemica. 
L’Ammiraglio Togo Heihachiro, comandante della flotta giapponese, che teneva il libro di tattica navale di Makarov accanto al letto fino a conoscerlo a memoria, riconobbe nella sua presenza l’unica minaccia seria ai piani nipponici. 
Purtroppo, la sorte si compì la mattina del 13 aprile 1904. Dopo una scaramuccia notturna durante cui il cacciatorpediniere Strasny fu affondato, Makarov uscì con la Petropavlovsk, la Poltava e diversi incrociatori per soccorrere i superstiti e ingaggiare il nemico. 
Ignorando i rischi di mine appena posate nella notte dai giapponesi – forse per eccesso di fiducia, forse per la necessità di dimostrare ai suoi uomini che il comandante condivideva i pericoli – la sua ammiraglia colpì una mina alle 9:45. L’esplosione fece detonare la santabarbara e la nave affondò in meno di due minuti. 
I resti del corpo di Makarov furono recuperati dai giapponesi e furono sepolti a Port Arthur con una cerimonia solenne guidata dall’Ammiraglio Togo. Alcuni oggetti, tra cui il suo cappotto furono poi consegnati alla Marina Imperiale russa. Il fatto che i giapponesi abbiano restituito o conservato con cura tali oggetti (invece di distruggerli) è sempre stato citato come prova dell’immenso rispetto che la marina imperiale giapponese nutriva verso Makarov, considerato un genio della tattica navale anche dai suoi nemici.
La morte dell’ammiraglio gettò la flotta russa nello sconforto più nero: come disse un marinaio dell’incrociatore Diana, “cos’è una corazzata? Possono affondarne un’altra e anche un paio di incrociatori. Non è quello il problema; abbiamo perso la testa. Oh, perché doveva essere proprio lui e non uno degli altri?“.

Virtù umane e navali

Dedizione
L’analisi delle qualità umane e militari di Makarov attraverso il prisma dei principi indicati rivela la coerenza straordinaria tra la sua teoria e la sua prassi. 
Lo spirito di servizio e dedizione caratterizzò l’intera sua esistenza: nonostante le origini umili e le discriminazioni iniziali, Makarov non cercò mai riscatto personale o carriera fine a se stessa, ma si dedicò interamente al perfezionamento della Marina e alla difesa della Patria.
La sua resistenza fisica era proverbiale: sedici ore di lavoro quotidiano durante il comando a Port Arthur, viaggi intercontinentali, spedizioni artiche, circumnavigazioni, tutti affrontati con la stessa intensità. 

Lealtà
La condivisione con i suoi uomini era totale: viveva come loro, mangiava nelle mense comuni, eliminò cerimonie inutili, parlava direttamente con marinai e sottufficiali, raccogliendo opinioni e suggerimenti. 
La sua imparzialità era leggendaria: premiava il merito indipendentemente dalle origini sociali, puniva la negligenza anche negli ufficiali aristocratici, creando un ambiente dove la competenza era l’unico metro di giudizio.
L’obbedienza e il rispetto per Makarov non erano formali ma sostanziali: egli rispettava la gerarchia ma non la subiva passivamente, sapendo quando e come proporre alternative costruttive. 
La lealtà alla Patria e all’onore militare guidò ogni sua scelta, anche quando questo significò contraddire i superiori o assumersi rischi personali estremi. 

Appartenenza
Il senso di fratellanza che seppe instillare nella squadra trascese le barriere di classe tipiche della Russia zarista: i marinai lo veneravano non per paura ma per affetto, riconoscendo in lui un padre che condivideva i loro pericoli. 
Lo spirito di corpo fu da lui costruito attraverso l’esempio personale piuttosto che attraverso la disciplina di ferro, dimostrando che la coesione nasce dalla fiducia reciproca e non dalla coercizione. 

Autorevolezza
L’autorevolezza di Makarov non derivava dal grado ma dalla legittimazione conquistata attraverso decenni di successi concreti: ogni sua innovazione, ogni sua impresa, ogni suo scritto contribuiva a costruire un ascendente morale inconfutabile. 
La sua conoscenza enciclopedica – che abbracciava tattica navale, oceanografia, ingegneria navale, meteorologia, artiglieria – gli conferiva quella padronanza tecnica indispensabile per comandare in modo moderno e perfettamente adeguato ai tempi dove le innovazioni si susseguivano e la libertà di pensiero era ricercata e stimolata anche nei giovani ufficiali.

Capacità di giudizio
Il giudizio e la decisione di Makarov erano caratterizzati da un raro equilibrio tra buon senso pratico e istinto combattivo: egli sapeva quando rischiare e quando attendere, quando attaccare e quando difendersi, dimostrando un coraggio che non era temerarietà ma calcolata assunzione di responsabilità.

Responsabilità
La sua responsabilità si manifestava nella coscienza scrupolosa del comando: ogni errore dei suoi uomini era per lui una mancanza di addestramento del comandante, ogni successo una vittoria collettiva. 
L’onestà intellettuale lo portava a riconoscere i propri limiti e a correggere le proprie teorie alla luce dei fatti, come dimostrò nel rivedere le sue posizioni sulla guerra navale dopo l’analisi della Guerra Ispano-Americana.
L’equilibrio tra audacia e prudenza, tra innovazione e tradizione, tra spirito offensivo e consapevolezza dei rischi, caratterizzò la sua pianificazione operativa.

Consapevolezza
La consapevolezza di sé di Makarov era sorprendente per un uomo di tanto successo: mantenne sempre un’umiltà genuina, riconoscendo il contributo dei suoi subordinati e rimanendo aperto al confronto. 
La sua lucidità nell’analisi della situazione strategica russa in Estremo Oriente – lucidità che lo portò a scrivere all’ammiraglio Avelan esprimendo allarme per l’impreparazione della flotta – dimostra una capacità di auto-valutazione e di valutazione del contesto rara nei comandanti del suo tempo. 
La fiducia in sé stesso, tuttavia, non sfociò mai nell’arroganza: Makarov sapeva che la fiducia dei suoi uomini era un tesoro da conquistare ogni giorno, non un diritto acquisito con il grado. 

Padronanza
La padronanza di sé si manifestava in un autocontrollo ferreo: nelle crisi più gravi, il suo portamento rimaneva calmo e determinato, trasmettendo sicurezza all’intera squadra. 
L’adattabilità fu una delle sue caratteristiche distintive: capace di passare dalla guerra silurante alla ricerca oceanografica, dalla progettazione navale al comando in combattimento, dimostrò una versatilità mentale che pochi comandanti hanno eguagliato. 
L’innovazione fu il filo conduttore della sua carriera: non si accontentò mai delle dottrine consolidate, ma cercò continuamente nuove soluzioni tecnologiche e tattiche, dall’uso dei siluri alla costruzione dei rompighiaccio, dalle comunicazioni wireless ai nuovi proiettili perforanti.

Motivazione
La motivazione che seppe infondere nei suoi uomini derivava dal suo stesso impegno totale: Makarov non chiedeva mai ai suoi ciò che non fosse disposto a fare lui stesso. 
L’iniziativa era per lui un dovere del comandante: aspettare ordini superiori in situazioni fluidi significava perdere opportunità decisive. 
L’ottimismo, anche di fronte a situazioni apparentemente disperate come quella di Port Arthur, era contagioso e costituiva la base del morale che seppe ricostruire in poche settimane. 
L’esempio personale fu il suo strumento pedagogico più efficace: ogni uscita in mare, ogni ispezione, ogni intervento tecnico era un’occasione per dimostrare come si dovesse fare il mestiere di marinaio.

Empatia
L’empatia di Makarov verso i suoi uomini si traduceva in una comprensione profonda delle loro difficoltà materiali e psicologiche: si preoccupava della loro alimentazione, delle loro condizioni di vita, del loro stato d’animo, creando quel legame affettivo che rende il comando efficace. 
La consapevolezza politica lo portò a comprendere che la guerra non è solo affare di tecnica militare ma di dimensioni diplomatiche, economiche e sociali: le sue analisi sulla situazione in Estremo Oriente dimostrano una comprensione sofisticata dei rapporti di forza internazionali.

Leadership
La sua capacità di guida si esprimeva nel saper indicare obiettivi chiari e nel tracciare strade per raggiungerli, ma anche nel saper ascoltare e integrare i contributi altrui. 
Le abilità sociali di Makarov erano eccezionali per un ambiente come quello navale russo, tradizionalmente rigidamente gerarchico e classista: la sua influenza si estendeva ben oltre i confini della sua catena di comando, toccando scienziati, politici, tecnici di ogni nazionalità. 
La comunicazione diretta, semplice, priva di fronzoli burocratiche, gli permise di essere compreso da tutti i livelli della squadra. 
La leadership di Makarov era volta a cambiare la situazione in meglio: non si limitava a gestire risorse ma trasformava gli uomini, elevandoli al di sopra delle loro potenzialità presunte. 
La coesione che seppe creare in tempi brevissimi a Port Arthur dimostra una capacità di team-building rara: in un mese, trasformò una “caserma galleggiante” in una squadra combattiva. 
La gestione del conflitto, sia quello militare con il nemico sia quello interpersonale all’interno della squadra, era basata su principi di chiarezza e giustizia: Makarov non tollerava i conflitti non risolti o le tensioni sotterranee che minano l’efficienza. 
La cura del personale era per lui una priorità assoluta: la salvaguardia della vita dei suoi uomini, la loro formazione continua, il loro benessere materiale erano considerati investimenti essenziali per la capacità combattiva della forza navale.

Conclusioni

In conclusione, l’Ammiraglio Stepan Osipovich Makarov rappresenta il paradigma del comandante moderno, capace di fondere in sé le virtù del guerriero, dello scienziato e del leader carismatico. 
La sua vita, purtroppo troppo breve, offre una lezione permanente sulla natura del comando navale e militare ad ampio spettro.
Makarov dimostrò che la vera leadership non nasce dal rango o dalla nascita, ma dal merito conquistato attraverso l’impegno costante, l’innovazione continua e l’esempio personale. 
La sua capacità di ispirare fiducia e devozione nei suoi uomini, attraversando le barriere di classe e di formazione che dividevano la società russa, testimonia che il comando efficace è innanzitutto una questione di relazioni umane autentiche. 
La sua morte eroica, nel tentativo di soccorrere un’unità in difficoltà e di ingaggiare il nemico, conferma che Makarov praticava ciò che predicava: il comandante deve essere il primo a correre i pericoli, non l’ultimo a distribuire responsabilità. 
La tragedia della sua perdita prematura sta nel fatto che la Russia non seppe valorizzare in tempo le sue capacità: nominato comandante a Port Arthur quando il disastro era già iniziato, Makarov ebbe solo un mese per tentare di rovesciare anni di trascuratezza. 
La sua scomparsa segnò di fatto la fine delle speranze russe nella guerra del Pacifico, come riconobbero amici e nemici. Togo stesso, il vincitore di Tsushima, onorò la memoria di Makarov conducendo personalmente i funerali dopo che i sommozzatori giapponesi recuperarono il suo corpo. 
Questo rispetto del nemico è forse la testimonianza più alta del valore di Makarov: un comandante che, pur nella sconfitta, conquista l’ammirazione di chi lo ha affrontato. 
Le doti principali che emergono dalla sua vicenda sono l’intelligenza creativa, il coraggio temperato dalla prudenza, l’umanità profonda, l’integrità morale e la capacità di trasformare le teorie in prassi vincente. 
Makarov rimane un modello per i comandanti di ogni epoca, dimostrando che la grandezza militare si misura non solo dalle vittorie ottenute, ma dalla capacità di elevare gli uomini e di lasciare un’eredità duratura di professionalità e onore. 
Il suo motto, “Ricordate la guerra”, inciso sul monumento a lui dedicato a Kronstadt, non è un invito al militarismo, ma un monito a non dimenticare mai che la pace si conquista attraverso la preparazione, la vigilanza e la volontà di difendere i propri valori, lezioni che conservano intatta la loro attualità più di un secolo dopo la sua scomparsa.

Bibliografia

Libri
Semanov, S. N., Admiral Makarov, Mosca, Prosveshchenie, 1971.
Lurye, A. Ya., S. O. Makarov, Mosca, Voenizdat, 1949.
Makarov, S. O., Discussions of Questions in Naval Tactics, Annapolis, Naval Institute Press, 1990.
Konstantinov, V. M., Stepan Osipovich Makarov: Roman in tre fasi, Mosca, 1950 
Hauner, Milan L., Russia and the First World War: Some Preconditions of the Russian Revolution, Basingstoke, Palgrave, 2002.

Articoli e saggi
Solomon, Andrew, “Remember War: The Tactics of Admiral Makarov”, Proceedings, vol. 132, n. 12, dicembre 2006, pp. 6066.
Bathurst, Robert B., “Admiral Makarov: Attack! Attack! Attack! A Prophet of Active Defense”, Proceedings, vol. 91, n. 7, luglio 1965, pp. 4247.
Hauner, Milan L., “Stalin’s Big Fleet Program: Makarov’s Legacy in Russian Naval Doctrine”, U.S. Naval War College Review, vol. 57, n. 2, primavera 2004, pp. 7798.
Dominicci, Fabrizio, “La morte di un ammiraglio: Stepan Osipovič Makarov e il disastro russo nel Pacifico”, Rivista Marittima, settembre 2022, dossier storico, pp. 2839.