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Scenari geopolitici

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Scenari geopolitici

Il 22 luglio 2026 consolida tre traiettorie interconnesse: la normalizzazione nucleare civile promossa da Washington nel Golfo, affiancata dal contestuale via libera tedesco a un progetto atomico franco-russo, la ristrutturazione dei vertici militari ucraini sotto pressione popolare, e l’aggravarsi della crisi marittima tra Hormuz e Bab el-Mandeb, che resta il vero termometro della tenuta del sistema commerciale globale.

Eventi clou

Sul piano geopolitico, il Dipartimento dell’Energia statunitense ha confermato l’accordo per la cooperazione nucleare civile tra Washington e Riad, anticipato da un’inchiesta del New York Times e ripreso da Al Arabiya: l’intesa prevede trasferimento di tecnologia americana e costruzione di reattori sauditi, con il nodo irrisolto delle garanzie di non proliferazione, poiché Riad chiederebbe la facoltà di arricchire l’uranio in loco. In parallelo, Berlino ha approvato un discusso progetto nucleare franco-russo, tramite la joint venture Framatome-Rosatom per la fornitura di combustibile a reattori di progettazione sovietica, suscitando critiche per l’incoerenza con il regime sanzionatorio contro Mosca.
Sul piano strategico-militare, Zelensky ha rimosso il generale Oleksandr Syrskyi, sostituendolo con Mykhailo Drapatyi, in quella che Al Arabiya definisce la più ampia ristrutturazione dei vertici dall’inizio del conflitto: la decisione, riportata anche da Formiche.net e Analisi Difesa, risponde alle proteste di piazza per il licenziamento dell’ex ministro della Trasformazione Digitale Mykhailo Fedorov e segna la vittoria della componente favorevole a un esercito imperniato su droni e guerra dei dati.
Sul piano marittimo, la crisi dello Stretto di Hormuz si aggrava ulteriormente: secondo Al Arabiya i transiti giornalieri sono scesi a sole tre unità, senza alcuna petroliera VLCC in circolazione, mentre prosegue l’undicesima notte di raid statunitensi contro l’Iran e gli Houthi, secondo Shipmag e gCaptain, proclamano un blocco navale contro l’Arabia Saudita.

Agorà Geopolitica

Il contributo più rilevante nel panorama del pensiero strategico marittimo pubblicato nelle ultime ore proviene dal CIMSEC, con il “Polar Primer” firmato dal comandante Jake Brantley, dedicato alla comparazione tra i regimi giuridici dell’Artico e dell’Antartide. Il testo evidenzia come i due poli, spesso trattati come un unico dominio operativo, rispondano in realtà a logiche giuridiche opposte: l’Artico, oceano circondato da otto Stati sovrani, è regolato da UNCLOS, dal Consiglio Artico e da accordi esecutivi su ricerca e soccorso, risposta agli sversamenti e cooperazione scientifica, restando esposto alla rimilitarizzazione russa e alla proiezione cinese come “quasi-Stato artico”. L’Antartide, al contrario, è disciplinata dal Trattato Antartico del 1959 e dal Protocollo di Madrid, che ne vietano tassativamente l’uso militare, congelano le rivendicazioni territoriali e proibiscono lo sfruttamento minerario, lasciando come unico strumento di contrasto alle tattiche di “salami slicing” russo-cinesi la via diplomatica. Sul fronte italiano, la pubblicazione di Formiche.net firmata dalla sottosegretaria Isabella Rauti sulla missione di Nave Alliance nell’Artico e l’analisi dell’Istituto Analisi e Ricerche Internazionali sul Grande Nord come “bastione” strategico confermano la centralità crescente del dominio polare nell’agenda marittima nazionale. Non risultano, tra i materiali disponibili per questa giornata, contributi originali riconducibili a ELISME o a testi propriamente CESMAR sul medesimo arco temporale.

Conseguenze dei fatti accaduti

Conseguenze geopolitiche
Il doppio movimento nucleare del 22 luglio, l’intesa civile USA-Arabia Saudita e l’autorizzazione tedesca al progetto franco-russo Framatome-Rosatom, ridisegna contemporaneamente due assi degli equilibri energetico-strategici: da un lato Washington rafforza il proprio ruolo di garante della sicurezza saudita in funzione anti-iraniana, dall’altro Berlino conferma la persistenza di dipendenze tecnologiche russe anche in piena guerra sanzionatoria, un paradosso che alimenta polemiche interne all’Unione Europea.
La sostituzione ai vertici militari ucraini segnala la fragilità della leadership di Zelensky di fronte alla mobilitazione popolare legata al caso Fedorov, un precedente che potrebbe incoraggiare ulteriori pressioni di piazza su altri dossier sensibili. Sullo sfondo, l’annunciato colloquio tra Marco Rubio e Sergei Lavrov, riportato da Notizie Geopolitiche, apre uno spiraglio negoziale che rischia però di scontrarsi con l’instabilità appena introdotta nei comandi ucraini.
Il rafforzamento dell’asse Egitto-Eritrea in funzione anti-etiope e la proiezione tedesca verso l’Azerbaigian, insieme al progetto turco del gasdotto verso Cipro del Nord, mostrano come le medie potenze regionali stiano ricalibrando alleanze per compensare l’incertezza mediorientale e ucraina, mentre gli studi ISPI su Cina-Russia e sul dopoguerra Cina-Iran nel Golfo confermano che Pechino osserva questi riposizionamenti come opportunità di espansione dell’influenza propria.

Conseguenze strategiche
Il cambio ai vertici delle Forze armate ucraine implica una transizione dottrinale verso l’impiego intensivo di droni, guerra elettronica e gestione automatizzata dei dati di battaglia, in continuità con l’eredità di Fedorov, in un momento in cui, secondo National Interest, gli attacchi ucraini a lungo raggio continuano a degradare la logistica energetica russa.
Sul fronte mediorientale, l’undicesima notte di raid statunitensi e la richiesta di Pete Hegseth al Congresso di ulteriori 67 miliardi di dollari, riportata da Notizie Geopolitiche e National Interest, indicano una campagna senza orizzonte temporale definito, mentre Chatham House avverte come l’obiettivo di un cambio di regime o di un annientamento definitivo delle capacità iraniane resti strategicamente illusorio, data la resilienza della dottrina asimmetrica di Teheran. Le rivelazioni dello stesso Hegseth su un presunto contrabbando statunitense di petrolio attraverso il Golfo di Oman, riportate da USNI News, e l’allarme sul sito sotterraneo di Pickaxe Mountain aggravano ulteriormente il clima di sfiducia reciproca.
In Asia-Pacifico, la protesta giapponese per le esercitazioni cinesi a fuoco reale presso le Senkaku, sempre da USNI News, segnala come la tensione si estenda oltre il teatro mediorientale.
Sul piano industriale, i contratti Fincantieri per il Qatar, l’acquisizione portoghese di fregate FREMM EVO e i nuovi sistemi di difesa aerea navale su USV sviluppati da Babcock confermano la vitalità della risposta industriale occidentale alla saturazione asimmetrica delle difese navali.

Conseguenze economiche, tecnologiche, finanziarie ed energetiche
Il crollo dei transiti nello Stretto di Hormuz, sceso a tre navi giornaliere secondo Kpler e Al Arabiya, senza alcuna petroliera VLCC o gasiera in transito, comprime direttamente l’offerta energetica globale in un momento in cui, secondo Notizie Geopolitiche, il conflitto ha già superato i 37,5 miliardi di dollari di costi diretti per Washington. Le pubblicazioni ISPI sulla nuova guerra dei dazi lanciata dall’amministrazione Trump e sulle dimensioni commerciali del partenariato Cina-Russia mostrano come le tensioni protezionistiche si sovrappongano alla crisi energetica mediorientale, aggravando l’incertezza per le catene di approvvigionamento globali. Sul fronte tecnologico, l’aggiudicazione di nuovi contratti di cyber intelligence al gruppo CY4GATE, riportata da Analisi Difesa, e le linee guida europee sulla trasparenza algoritmica nell’ambito dell’AI Act, diffuse da Dig.Watch, confermano che la competizione tecnologica prosegue parallelamente alla crisi militare, mentre l’OECD segnala rischi crescenti legati all’uso non regolato dell’intelligenza artificiale nella consulenza finanziaria. La combinazione di instabilità energetica nel Golfo, protezionismo commerciale e regolamentazione tecnologica frammentata rischia di produrre un effetto cumulativo di rallentamento della crescita globale nella seconda metà del 2026.

Conseguenze marittime
Il doppio choke point costituito da Hormuz e Bab el-Mandeb rappresenta oggi il nodo più critico della sicurezza marittima globale. Gli attacchi alla petroliera Kaifan e alle unità gestite da Dynacom, documentati da gCaptain, si sommano al blocco navale proclamato dagli Houthi contro l’Arabia Saudita, riportato da Shipmag, e alla raccomandazione dell’Unione Europea alle navi collegate a Israele e Stati Uniti di evitare il Mar Rosso. Gli armatori internazionali stanno progressivamente deviando le rotte verso il Capo di Buona Speranza, con conseguente allungamento dei tempi di transito e impennata dei premi assicurativi, mentre la missione europea Aspìdes ha proceduto all’ispezione di una petroliera russa della “flotta ombra” sospettata di falsa bandiera. In questo contesto, il “Polar Primer” del CIMSEC ricorda come la sicurezza marittima non si giochi solo nei chokepoint mediorientali ma anche nei nuovi corridoi artici, dove SAR, risposta agli sversamenti e cooperazione scientifica restano gli unici strumenti vincolanti di governance in assenza di un quadro di sicurezza militare condiviso. Il contestuale rafforzamento della cantieristica europea, dai contratti Fincantieri in Qatar alle fregate FREMM EVO portoghesi, e lo sviluppo di sistemi di difesa aerea navale a basso costo basati su USV, descritti da Naval News e Navy Lookout, indicano una risposta industriale occidentale alla saturazione asimmetrica delle difese navali imposta da droni e missili antinave.

Conseguenze per le nazioni europee mediterranee
Per l’Italia, la Grecia e la Spagna la crisi degli chokepoint mediorientali si traduce in un’esposizione diretta della propria sicurezza energetica e commerciale, poiché entrambe le arterie colpite alimentano i flussi verso il Mediterraneo. La linea italiana illustrata dai ministri Crosetto e Tajani dopo il vertice di Ankara, riportata da Formiche.net, punta a una deterrenza integrata che non trascuri il Fianco Sud della NATO mentre prosegue il sostegno a Kyiv, un equilibrio reso più delicato dal cambio di comando ucraino appena avvenuto. Il progetto turco di un gasdotto sottomarino verso Cipro del Nord, riportato da Notizie Geopolitiche, riaccende inoltre le tensioni con Atene e Nicosia sulla sovranità marittima nel Mediterraneo orientale, un dossier che coinvolge direttamente gli interessi energetici greci e ciprioti. Per Roma, i nuovi contratti Fincantieri in Qatar e l’espansione di CY4GATE nel settore cyber rafforzano il ruolo dell’industria della difesa nazionale come leva di proiezione strategica, mentre la persistente instabilità nel Mar Rosso penalizza in modo trasversale i porti e gli armatori italiani, greci e spagnoli che dipendono dal transito attraverso Suez.

Conclusioni

Il quadro complessivo suggerisce che tre dossier meritano attenzione prioritaria nei prossimi giorni: l’evoluzione del comando militare ucraino sotto Drapatyi e le sue ricadute sulle trattative Rubio-Lavrov; l’ulteriore deterioramento della sicurezza marittima tra Hormuz e Bab el-Mandeb, con il rischio concreto di un blocco prolungato di entrambi i chokepoint; e le implicazioni non ancora chiarite dell’accordo nucleare civile USA-Arabia Saudita sulle garanzie di non proliferazione regionale. Questi tre fronti, strettamente interconnessi, definiranno la traiettoria della crisi mediorientale e la sua ricaduta sugli equilibri energetici e di sicurezza dell’Europa meridionale nel breve periodo.

Riferimenti Questa sintesi è stata elaborata sulla base degli articoli provenienti da diverse fonti di analisi geopolitica e strategica, tra cui: Center for Maritime Strategy, CIMSEC, Reuters, ShipMag, Navy Lookout, National Interest, Seapower Magazine, CSIS, RUSI, War on the Rocks, IISS, Responsible Statecraft, Foreign Affairs, Formiche.net, Il Sussidiario, Start Magazine, InsideOver, Notizie Geopolitiche, IARI, Dissipatio, Analisi Difesa, Jamestown Foundation, Atlantic Council, RAND Corporation.


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