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Scenari geopolitici

Mappamondo, scenari, geopolitici
GEOPOLITICA

Scenari geopolitici

Il 12 marzo 2026 si configura come una data importante nella transizione verso una nuova era di conflitti multi-dominio, caratterizzata dall’escalation iraniana nel Golfo Persico, dalla trasformazione delle dinamiche ucraine in leva geopolitica e dalla ridefinizione degli assetti industriali-difensivi europei. Le crisi si intrecciano in un tessuto strategico globale sempre più frammentato.

Eventi clou

La giornata è segnata da tre eventi di portata sistemica che ridefiniscono gli equilibri internazionali. In primo luogo, l’Iran ha attuato una strategia di interdizione selettiva dello Stretto di Hormuz, mantenendo chiuso il transito alle navi statunitensi e alleate mentre concede il passaggio a petroliere indiane, cinesi e bengalesi. Questa mossa, descritta da Edoardo Fontana come “weaponization dei diritti di transito”, rappresenta uno scacco strategico per l’amministrazione Trump, che ha dovuto ammettere attraverso il Segretario all’Energia Chris Wright come le forze armate USA “non siano ancora pronte” a scortare le navi nello stretto, con possibili operazioni di protezione che sono ipotizzate non prima della fine del mese. La chiusura selettiva di Hormuz, attraverso cui transita il 20% del petrolio e il 25% del gas naturale liquefatto globale, ha provocato una corsa dei prezzi del greggio oltre i 100 dollari al barile, con Teheran che minaccia quotazioni fino a 200 dollari. In secondo luogo, il debutto pubblico di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema dell’Iran ha sancito la continuità della linea di massima resistenza. Nel suo primo discorso televisivo, Khamenei ha confermato la chiusura di Hormuz al fine di “fare pressione sui nemici”, ha invitato i paesi vicini a chiudere le basi statunitensi sul proprio territorio e ha promesso vendetta per il sangue dei martiri, inclusa la strage di Minab. L’attacco missilistico contro Camp Singara a Erbil, che ha colpito la base militare italiana “Il Fortino” senza causare vittime ma provocando incendi e danni materiali, si inserisce in questa strategia di pressione asimmetrica contro gli avamposti occidentali. Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato la natura deliberata dell’attacco e annunciato il ridispiegamento del contingente italiano, attualmente ridotto a 141 unità dopo il rientro di 102 persone. In terzo luogo, l’Ucraina ha formalizzato la propria “rivincita grazie ai droni” proponendo agli Stati Uniti, su richiesta di Washington, il proprio expertise nella difesa anti-drone maturato sul campo di battaglia europeo come leva negoziale per ottenere maggiore pressione sulla Russia in favore di un cessate il fuoco. Il presidente Zelensky ha evidenziato come nessun altro paese al mondo possieda l’esperienza ucraina nella neutralizzazione di droni Shahed e Gerbera, aprendo scenari di cooperazione militare tecnica con paesi mediorientali minacciati dalla rappresaglia iraniana. Parallelamente, l’attacco ucraino contro la città russa di Bryansk, colpendo una fabbrica di componenti elettronici per missili, ha scatenato accuse russe di responsabilità diretta del Regno Unito, con il Cremlino che ha dichiarato superata la validità degli accordi negoziati a Istanbul nel 2022 come base per future trattative.

Sintesi dei fatti per teatro operativo

Mediterraneo Allargato Il teatro mediorientale registra una trasformazione qualitativa del conflitto iraniano. L’attacco a Erbil, oltre a rappresentare il primo strike contro un’installazione militare italiana dal dopoguerra, evidenzia la vulnerabilità delle basi occidentali in Iraq e la capacità di Teheran di colpire obiettivi specifici con precisione missilistica. La base di Camp Singara, operativa dal 2014 per l’addestramento dei Peshmerga curdi, si trova ora in una posizione di estrema fragilità, costringendo Roma a un ridispiegamento logistico complesso via terra attraverso Turchia e Giordania. La risposta italiana, sebbene controllata, si colloca in un contesto regionale dove l’Iran sta attivamente lavorando per destabilizzare gli assetti pro-occidentali del Kurdistan iracheno. Sul fronte curdo, è emersa la questione della possibile apertura di un fronte secondario: fin dall’inizio della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, è emersa l’ipotesi di coinvolgere i gruppi armati curdi iraniani in operazioni mirate a indebolire il regime di Teheran, sebbene non sia chiaro se tale coinvolgimento sia stato effettivamente avviato. Hezbollah dal Libano ha lanciato il suo maggior volume di razzi su Israele dall’inizio del conflitto, seguendo attacchi aerei israeliani su Beirut, a conferma dell’allargamento del fronte verso il Levante. Sul versante siriano, analisti del CSIS segnalano che il conflitto iraniano minaccia di vanificare il fragile processo di stabilizzazione della Siria post-Assad, privandola dei flussi economici e dei canali diplomatici legati alla rete iraniana. Nel Golfo Persico, la guerra asimmetrica iraniana si manifesta attraverso attacchi a petroliere e portacontainer: due tanker sono stati incendiati nelle acque irachene vicino a Umm Qasr, con almeno un morto e 38 marinai salvati, mentre un portacontainer è stato colpito al largo di Jebel Ali negli Emirati Arabi Uniti. L’interdizione di Hormuz, gestita attraverso una combinazione di minacce missilistiche, droni FPV, imbarcazioni suicide e artiglieria costiera, dimostra come lo stretto, per la sua conformazione geografica (appena 33 km di larghezza al punto più stretto), non possa essere riaperto con operazioni navali convenzionali ma richieda una campagna terrestre contro le batterie iraniane che Washington appare restia a intraprendere. Questo episodio richiama alla memoria l’operazione anglo-francese a Gallipoli, concepita per forzare il passaggio nei Dardanelli e aprire la via verso Costantinopoli: un’impresa che si rivelò un disastro di proporzioni enormi per le forze britanniche e i loro alleati. La guerra psicologica statunitense nei confronti dell’Iran è uno degli aspetti meno visibili ma più strutturati del conflitto. Washington ha dispiegato un arsenale multidimensionale di strumenti comunicativi e psicologici: accanto alle operazioni militari cinetiche e agli attacchi cyber, conduce un’intensa campagna di guerra informativa rivolta sia alla popolazione civile sia alle forze di sicurezza iraniane, con l’obiettivo strategico di erodere la legittimità del regime e indurre la disgregazione interna della catena di comando. Tuttavia la resistenza popolare attesa non si è materializzata.

Heartland Euro-Asiatico Sul fronte russo-ucraino, il 12 marzo ha registrato un episodio dalla portata potenzialmente tesa all’escalation. L’attacco contro Bryansk segna un nuovo passaggio nella trasformazione del conflitto: il Cremlino ha parlato di “atto terroristico”, mentre Kiev sostiene di aver colpito una fabbrica militare che produceva componenti elettronici per missili russi. Mosca ha accusato il Regno Unito di coinvolgimento diretto, sostenendo che l’arma utilizzata sia di fabbricazione britannica e che il lancio non sarebbe stato possibile senza assistenza tecnica britannica. Se confermata, questa accusa rappresenta un pericoloso innalzamento del livello dello scontro tra Russia e NATO. La rottura definitiva del Cremlino con il “formato Istanbul” del 2022 chiude definitivamente la prospettiva negoziale basata su quei parametri, aprendo scenari di escalation potenzialmente illimitata. In parallelo, il piano di aiuti finanziari all’Ucraina da 90 miliardi di euro ha messo in luce una frattura sempre più evidente all’interno dell’Unione Europea: tutti i governi dichiarano formalmente il sostegno a Kiev, ma divergenze su costi della guerra, interessi energetici e dinamiche politiche nazionali rendono sempre più difficile mantenere una linea comune, con il rischio che il meccanismo dell’unanimità si trasformi in uno strumento di veto. La disponibilità ucraina a esportare expertise anti-drone verso il Medio Oriente, sebbene vincolata dalla scarsità di personale tecnico disponibile per missioni all’estero, rappresenta un tentativo di Kiev di convertire la propria esperienza bellica in influenza geopolitica in un momento di incertezza sul sostegno americano. La Cina, pur assente dalla prima linea, osserva con attenzione strategica. Il conflitto iraniano riduce la pressione del sistema THAAD nel Pacifico occidentale – il radar più avanzato dei sistemi anti-missile americani, parzialmente ridislocato verso il Medio Oriente – e offre a Pechino un’opportunità per rafforzare la propria posizione relativa nell’Indopacifico senza spendere un singolo proiettile. L’analista franco-britannico Arnaud Bertrand smonta la narrativa secondo cui la guerra americana contro l’Iran mirerebbe a danneggiare la Cina sul piano energetico. I dati smentiscono questa tesi: Pechino ha un’autosufficienza energetica dell’84,6%, riserve strategiche per 120 giorni e il petrolio iraniano copre appena l’1,5% del suo fabbisogno. Il vero soggetto vulnerabile è l’Europa, dipendente dal GNL a prezzi di mercato, priva di contratti a lungo termine con la Russia e esposta all’instabilità dello Stretto di Hormuz. L’Italia è particolarmente a rischio: importatore netto di energia, sede di basi NATO potenzialmente coinvolte nel conflitto, con un tessuto produttivo di PMI ad alta intensità energetica già indebolito dal 2022. L’Europa, conclude Bertrand, sta sostenendo un conflitto i cui costi ricadono principalmente su sé stessa, adottando acriticamente narrative elaborate a Washington.

Teatro Operativo Boreale-Artico L’Artico rimane un teatro di medio-lungo periodo ma in crescente rilevanza. La Russia sta spingendo i propri rompighiaccio a 270 giorni di operatività annua, segnalando l’ambizione di espandere la presenza lungo la Rotta del Mare del Nord anche durante i mesi più critici. Il rallentamento nel rinnovo della flotta artica a causa delle sanzioni occidentali non impedisce a Mosca di continuare a proiettare capacità su questa frontiera. Nel quadro europeo-boreale, i Paesi nordici e baltici vivono con crescente apprensione il doppio scenario di un conflitto russo-ucraino che non si conclude e di una NATO che redistribuisce le proprie risorse verso il Medio Oriente.

Teatro Operativo Australe-Antartico In America Latina, il 12 marzo ha visto consolidarsi l’asse logistico tra Panama e il Cile, con l’obiettivo di strutturare corridoi di connettività tra l’America Centrale e il Cono Sud. Si tratta di una dinamica che si inserisce nel più ampio riposizionamento geopolitico latinoamericano, in cui diversi Paesi cercano autonomia strategica rispetto ai blocchi in conflitto. In Africa, gli Stati Uniti hanno segnalato la volontà di tornare ad essere presenti nel Sahel, un’area in cui Russia e Cina – attraverso i contractors Wagner e i canali diplomatici cinesi – hanno ampliato significativamente la propria influenza negli ultimi anni.

Indo-Pacifico L’Indopacifico rimane il teatro di competizione sistemica a lungo termine. La nuova National Defense Strategy statunitense pone l’accento su una “strong denial defense” nella Prima Catena di Isole, con la credibilità della deterrenza che dipende meno dal numero di forze dispiegate e più dalla capacità degli alleati di mantenere infrastrutture resilienti, riparabili e capaci di sopravvivere sotto pressione. La sfida principale riguarda le Filippine, dove la presenza militare americana resta politicamente sensibile e la sostenibilità di una postura di deterrenza richiede consenso democratico interno oltre che capacità operative. L’area indopacifica è inoltre caratterizzata dalla risposta indiana alla crisi iraniana, con Nuova Delhi che ha negoziato il passaggio di una prima petroliera e tenta di ottenere l’assenso per altre 20 navi, dimostrando la capacità di Teheran di gestire relazioni bilaterali differenziate anche in contesto di conflitto aperto. La Cina mantiene aperte le proprie linee di rifornimento energetico attraverso Hormuz, godendo di una posizione privilegiata che le consente di beneficiare dell’arbitraggio energetico mentre l’Occidente subisce shock petroliferi. La Cina prosegue nella trasformazione della propria forza sottomarina, con il capo dell’intelligence navale statunitense Rear Admiral Mike Brookes che testimonia dinanzi alla US-China Economic and Security Review Commission la transizione della PLAN da una flotta mista diesel-elettrica/nucleare a una costruzione esclusivamente nucleare. Entro il 2035 la Cina potrebbe disporre di 80 sottomarini, metà dei quali a propulsione nucleare, includendo la nuova classe Type 041 “Zhou” per missioni regionali e le future classi Type 095 e Type 096 dotati di capacità missilistica balistica. Questa espansione, supportata da una capacità costruttiva triplicata in tre cantieri navali, mina gli equilibri sottomarini del Pacifico e dell’Oceano Indiano. Prabowo Subianto, leader indonesiano, ha firmato con Trump un accordo da 38,4 miliardi di dollari che abbassa tariffe USA ma apre mercati indonesiani e concede basi militari. Jakarta invierà 8.000 soldati in una forza di stabilizzazione USA a Gaza. Critiche interne parlano di tradimento. L’accordo rischia di subordinare l’autonomia strategica indonesiana agli interessi USA, in un contesto di fragilità economica e multi-allineamento con Cina e BRICS.

Conseguenze dei fatti accaduti

Conseguenze geopolitiche

La crisi di Hormuz accelera la frammentazione dell’ordine globale in blocchi di interesse economico-militari sempre più definiti. L’Iran dimostra capacità di condizionare i flussi energetici globali attraverso strumenti di interdizione asimmetrica a basso costo, rendendo obsoleta la dottrina navale convenzionale di controllo delle vie marittime. La selettività dell’apertura dello stretto crea una gerarchia di accesso energetico che favorisce Cina e India a discapito degli alleati storici degli Stati Uniti nel Golfo, minando la credibilità della protezione americana nella regione. L’ascesa di Mojtaba Khamenei, sebbene avvenuta in circostanze tragiche con la perdita della moglie e del figlio nell’attentato del 28 febbraio, conferma la continuità del regime teocratico-militare e la sua capacità di resistenza. L’invito ai paesi arabi a chiudere le basi USA rappresenta un tentativo di ridefinizione degli assetti di sicurezza regionale, sfruttando la percezione di vulnerabilità creata dagli attacchi iraniani. L’Ucraina emerge come potenziale esportatore di sicurezza nel settore della difesa anti-drone, ma questa opportunità si scontra con la necessità di preservare risorse umane tecniche scarse sul fronte domestico e con l’incertezza sul sostegno americano. La proposta di Zelensky di cooperazione mediorientale appare come un tentativo disperato di mantenere rilevanza strategica in un momento di potenziale abbandono occidentale. A livello globale, il principale beneficiario della giornata è stata la Cina: l’Iran ha esplicitamente esentato le sue navi dalla chiusura dello Stretto, Pechino non ha perso un solo giorno di importazioni energetiche rilevanti, e il sistema THAAD nel Pacifico è temporaneamente indebolito. L’India, con la sua diplomazia energetica autonoma, ha dimostrato che i Paesi del Sud Globale non intendono schierarsi, e questa è una perdita politica significativa per Washington.

Conseguenze strategiche

La crisi evidenzia l’inadeguatezza degli strumenti militari convenzionali di fronte alla guerra asimmetrica a bassa intensità ma alto impatto economico. L’incapacità statunitense di garantire la libertà di navigazione in Hormuz, nonostante la presenza della Quinta Flotta a Bahrein, interroga la validità delle dottrine di power projection sviluppate nel periodo successivo alla fine della guerra fredda. La necessità di scorte navali, ammessa dallo stesso Segretario Wright, richiede un ripensamento delle capacità di difesa aereo-navale e di soppressione delle difese costiere nemiche. La proliferazione di droni e sistemi autonomi richiede una trasformazione delle economie della difesa, passando da intercettori missilistici da milioni di dollari a sistemi di neutralizzazione a basso costo. L’esperienza ucraina in questo campo offre un modello operativo, ma la sua esportabilità è limitata dalla disponibilità di personale addestrato e dalla necessità di integrazione sistemica nelle forze armate riceventi.

Conseguenze economiche, tecnologiche, finanziarie ed energetiche

Il blocco di Hormuz ha innescato la più grave crisi energetica dalla guerra del Golfo del 1990-1991, con il rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche internazionali (di cui 172 milioni dagli Stati Uniti) che non è riuscito a calmare i mercati. La minaccia iraniana di portare il petrolio a 200 dollari al barile, se realizzata, proietterebbe l’economia globale in una recessione inflazionistica di portata storica. Il piano industriale “Leonardo 2026-2030”, presentato il 12 marzo, si colloca in questo contesto di trasformazione delle priorità difensive. Con obiettivi di fatturato a 30 miliardi di euro e ordini a 32 miliardi entro il 2030, il gruppo italiano punta sulla “Michelangelo Dome”, un’architettura multi-dominio (aria, terra, mare, spazio, cyber) per la difesa contro minacce balistiche, ipersoniche e saturazioni di droni. Le partnership con Rheinmetall, Baykar e il programma GCAP (Global Combat Air Programme) posizionano Leonardo come hub europeo di integrazione difensiva, con crescite previste del 20% nel settore spaziale e del 14,5% nel cyber. La transizione verso la sicurezza quantistica emerge come priorità critica, con la consapevolezza che computer quantistici capaci di rompere la crittografia RSA ed ECC potrebbero arrivare già nel 2027-2030, rendendo vulnerabili i sistemi di comunicazione e comando attuali.

Conseguenze marittime

La sicurezza marittima globale subisce un contraccolpo senza precedenti. L’impossibilità di operare scorte navali efficaci in Hormuz senza una campagna terrestre di disarticolazione delle capacità iraniane evidenzia i limiti del controllo navale convenzionale in acque ristrette e minacciate da sistemi costieri. Gli armatori commerciali hanno sospeso le operazioni nel Golfo Persico, con oltre 30 nazioni coinvolte nella gestione della crisi energetica. La minaccia asimmetrica iraniana, combinante missili balistici, droni navali suicide, artiglieria costiera e mine marine, richiede un ripensamento delle dottrine di protezione del traffico mercantile. La “guerra dei droni” si estende dal campo di battaglia ucraino alle rotte energetiche globali, richiedendo capacità di interdizione distribuite e integrate con sistemi di intelligence satellitare.

Conseguenze per l’Italia

L’Italia si trova impegnata su due fronti simultanei: la gestione della crisi in Iraq, con il ridispiegamento del contingente di Erbil e la necessità di garantire la sicurezza del personale militare in un contesto di escalation missilistica, e il posizionamento industriale nel nuovo mercato della sicurezza europea. Il piano Leonardo rappresenta un’opportunità di leadership tecnologica continentale, ma richiede coerenza tra ambizioni industriali e impegni di bilancio nazionale. La dipendenza energetica italiana dal Medio Oriente, sebbene ridotta rispetto al passato, mantiene la vulnerabilità ai shock petroliferi. La crisi di Hormuz impone un’accelerazione della transizione energetica e della diversificazione delle fonti di approvvigionamento, parallelamente a una ridefinizione della presenza militare italiana in aree di crisi.

Conclusioni

Il 12 marzo 2026 ha confermato che il conflitto Iran-USA-Israele non è una guerra lampo destinata a risolversi in poche settimane, ma un evento sistemico con ricadute strutturali sull’ordine energetico, marittimo e geopolitico globale. La giornata ha visto l’emergere di una nuova fase di competizione geopolitica caratterizzata dalla weaponization delle infrastrutture energetiche globali e dalla proliferazione di tecnologie militari asimmetriche. L’Iran ha dimostrato capacità di resistenza e di condizionamento strategico superiore alle attese, mentre gli Stati Uniti appaiono impreparati a gestire contemporaneamente crisi multiple in Ucraina e Medio Oriente. La chiusura asimmetrica di Hormuz, il discorso di sfida del nuovo leader supremo iraniano, l’attacco alla base italiana di Erbil e la frattura europea sull’Ucraina sono segnali convergenti di un sistema internazionale sotto pressione su più fronti contemporaneamente. Nei giorni immediatamente successivi sarà cruciale monitorare: l’evoluzione della posizione indiana come interlocutore diplomatico tra Iran e Occidente; l’eventuale avvio delle scorte navali americane allo Stretto; la risposta di Mosca all’accusa britannica sull’attacco a Bryansk; il voto europeo sul pacchetto da 90 miliardi per l’Ucraina; e l’aggravarsi delle condizioni del personale italiano ad Erbil. Tutti questi dossier potrebbero subire sviluppi significativi nel giro di 48-72 ore, rendendo il quadro geopolitico globale ancora più fluido e imprevedibile. La sintesi delle crisi in corso suggerisce che il sistema internazionale stia transitando verso una maggiore frammentazione, dove la capacità di adattamento tecnologico e la resilienza economica saranno determinanti per la sopravvivenza strategica degli attori statali.

RiferimentiQuesta sintesi è stata elaborata sulla base degli articoli provenienti da diverse fonti aperte di analisi geopolitica e strategica, tra cui: Center for Maritime Strategy, CIMSEC, Reuters, ShipMag, Navy Lookout, National Interest, Seapower Magazine, CSIS, RUSI, War on the Rocks, IISS, Responsible Statecraft, Foreign Affairs, Formiche.net, Il Sussidiario, Start Magazine, InsideOver, Notizie Geopolitiche, IARI, Dissipatio, Analisi Difesa, Jamestown Foundation, Atlantic Council, RAND Corporation.


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