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Scenari geopolitici

Mappamondo, scenari, geopolitici
GEOPOLITICA

Scenari geopolitici

Sintesi quotidiana di geopolitica marittima globale 

Il 18-19 marzo 2026 si colloca in un momento di straordinaria densità geopolitica: la guerra USA-Israele contro l’Iran, esplosa a fine febbraio, ridisegna gli equilibri globali in tempo reale. Hormuz è sotto blocco, nel Qatar brucia il più grande giacimento di gas, e l’Europa scopre di essere già dentro il conflitto.

Eventi clou 

Gli alleati abbandonano Trump sullo Stretto di Hormuz Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa riferisce che sui media statunitensi comincia a trasparire la percezione che gli alleati degli Stati Uniti temano che Trump stia perdendo il controllo della guerra. Il timore è che gli attacchi iraniani alle navi nello Stretto di Hormuz stiano mettendo Trump alle strette, spingendolo verso una escalation che potrebbe includere anche l’invio di truppe di terra. Washington ha esercitato forti pressioni sugli alleati europei e asiatici affinché contribuiscano militarmente a un’operazione per tenere aperto lo Stretto, ma l’isolamento diplomatico americano si fa più evidente giorno dopo giorno. L’Iran lascia passare soltanto le navi delle nazioni non ostili, e almeno sei unità sono già state incendiate dalle forze dei Pasdaran.

L’assassinio di Larijani e il vuoto di potere a Teheran La morte di Ali Larijani non apre soltanto un vuoto di vertice a Teheran: rimuove il principale interlocutore pragmatico del regime iraniano. Secondo le analisi dello IARI e di Responsible Statecraft, Israele starebbe sistematicamente eliminando i negoziatori e i moderati iraniani, radicalizzando di conseguenza la risposta di Teheran. Un mediatore britannico, secondo InsideOver, ha rivelato che un accordo era già sul tavolo prima che USA e Israele scegliessero la strada militare: con Larijani scomparso, quella finestra si è chiusa definitivamente. Il vuoto di potere rischia di consegnare le decisioni alle fazioni più intransigenti dei Pasdaran.

Il Qatar e l’attacco al giacimento di South Pars/North Dome Il Qatar ha segnalato danni ingenti al più grande impianto GNL del mondo, colpito nell’ambito di un’azione israeliana contro il giacimento di South Pars, condiviso con l’Iran. L’evento ha conseguenze immediate sui mercati energetici globali: il North Dome/South Pars è la principale riserva di gas naturale del pianeta. Il colpo inferto non riguarda soltanto l’Iran, ma travolge anche Doha, alleato degli Stati Uniti e sede del quartier generale del CENTCOM. L’episodio segnala quanto la strategia israeliana rischi di produrre danni collaterali di portata sistemica.

Sintesi dei fatti per teatro operativo

Mediterraneo Allargato Il conflitto iraniano proietta le sue fiamme ben oltre il Golfo Persico. L’offensiva iraniana contro l’installazione della Royal Air Force Akrotiri a Cipro, avvenuta nella notte tra l’1 e il 2 marzo, nonostante non abbia causato feriti e abbia registrato danni limitati, rappresenta il culmine di un’escalation in Medio Oriente che ha proiettato il conflitto entro i confini geografici europei. Tale attacco rientra nella strategia di ritorsione portata avanti da Teheran che sta colpendo il territorio israeliano e le infrastrutture militari americane in tutto il Golfo. Il Libano è al centro di un rischio guerra per procura, con la Siria sotto pressione americana e il fronte israeliano che esige scelte nette da Damasco. In Egitto e nel Corno d’Africa il blocco di Hormuz aumenta la pressione sul Canale di Suez e sulle rotte dell’Oceano Indiano occidentale. Il Pakistan è scivolato in guerra aperta con l’Afghanistan: le tensioni tra il Pakistan nucleare e il regime talebano si sono acutizzate dalla fine di febbraio, aumentando l’instabilità regionale. Il 16 marzo il Pakistan ha condotto un attacco aereo a Kabul, con centinaia di vittime segnalate. Due giorni dopo Islamabad ha dichiarato una pausa temporanea nei combattimenti in vista dell’Eid al-Fitr, su richiesta di Arabia Saudita, Turchia e Qatar.

Heartland Euro-Asiatico La Russia osserva con soddisfazione calcolata l’impantanamento americano in Medio Oriente: ogni ora spesa da Washington a Hormuz è un’ora sottratta al sostegno all’Ucraina. Le analisi di ISPI e War on the Rocks sottolineano come Mosca stia rafforzando i legami con gli Stati paria — Iran incluso — in una logica di sopravvivenza economica sotto sanzioni. L’Afghanistan, devastato dalla nuova guerra con il Pakistan, guarda all’Asia centrale come ancora di salvezza economica, mentre la Cina segue l’evoluzione mediorientale come laboratorio tattico in vista dello scenario Taiwan.

Teatro Operativo Boreale-Artico L’Europa settentrionale, alle prese con il riarmo post-Ucraina, assiste con crescente preoccupazione al disimpegno americano dal fronte euroatlantico. La guerra in Iran occupa risorse navali e cognitive che sarebbero altrimenti destinate al fianco nord della NATO. Norvegia e stati baltici restano in massima allerta. Canada e USA guardano all’Artico in chiave di nuove rotte alternative al blocco di Hormuz.

Teatro Operativo Australe-Antartico Cuba è sotto pressione crescente dell’amministrazione Trump, con possibili riassestamenti nell’equilibrio caraibico. L’America Latina segue con preoccupazione l’impatto dei prezzi energetici. L’Australia rafforza la propria postura difensiva nell’ambito AUKUS, attenta alle implicazioni indopacifiche del conflitto mediorientale.

Indo-Pacifico La Cina monitora il conflitto mediorientale come test delle capacità di proiezione americana. Secondo Notizie Geopolitiche, Pechino considera Taiwan il prossimo scenario possibile, valutando attentamente quanto le forze USA siano distolte verso il Golfo. La guerra costringe Trump a rinviare il vertice con Xi, allontanando ulteriormente la prospettiva di un accordo commerciale. Il Giappone e la Corea del Sud intensificano la cooperazione difensiva.

Conseguenze dei fatti accaduti

Conseguenze geopolitiche Il conflitto Iran-USA-Israele sta ridisegnando gli equilibri del sistema internazionale con una velocità inattesa. Il primo effetto è il progressivo isolamento di Washington: gli alleati europei, pur non condannando apertamente l’attacco iniziale, si rifiutano di partecipare alle operazioni a Hormuz, lasciando Trump in una posizione di vulnerabilità diplomatica inedita. Come nota una fonte vicina alla Casa Bianca citata da Analisi Difesa, sono gli iraniani ad avere “il coltello dalla parte del manico”, potendo decidere tempi e intensità dell’escalation. Il secondo effetto riguarda la frammentazione del fronte mediorientale. L’Arabia Saudita, secondo il CSIS, osserva la guerra con un misto di soddisfazione tattica e allarme strategico: la destabilizzazione dell’Iran è un obiettivo di Riyadh, ma un Iran in guerra totale e radicalizzato è una minaccia ben più pericolosa di un Iran contenuto. Il Qatar, colpito indirettamente dall’attacco a South Pars, si trova in una posizione drammatica: alleato USA e vittima della strategia israeliana nello stesso tempo. Sul piano normativo internazionale, l’attacco a Cipro — territorio di uno Stato membro UE — ha aperto una crisi di diritto internazionale che l’Europa stenta ancora a gestire. La domanda se si tratti di un atto di guerra contro l’Unione Europea rimane senza risposta istituzionale adeguata.

Conseguenze strategiche Dal punto di vista militare, la giornata del 18-19 marzo rivela tre tendenze strutturali. La prima è il debutto operativo del cacciatorpediniere DDG della Marina americana modernizzato 2.0 (classe Arleigh Burke) nell’operazione Epic Fury, segnalando un salto tecnologico nella proiezione navale USA. La seconda è la crisi della deterrenza convenzionale: nonostante la potenza di fuoco americana, l’Iran riesce a tenere chiuso Hormuz, dimostrando che la superiorità tecnologica non equivale a controllo del territorio marittimo. La terza è la lezione dei droni: come analizza Geopolitica.info, la guerra dei droni sviluppatasi in Ucraina è ora tecnologia matura applicata in teatri multipli simultanei, dall’Iran al Pakistan, dal Libano a Cipro. Le purghe militari nei regimi autoritari — analizzate da War on the Rocks — producono l’effetto paradossale di aumentare la propensione alla guerra: eliminando i generali prudenti, il regime iraniano ha selezionato i più aggressivi, rendendo l’escalation più probabile. La morte di Larijani si inserisce nella stessa logica dal lato avverso: Israele elimina i pragmatici, Teheran risponde radicalizzandosi. La strategia britannica, con l’operazione Highmast che dispone due portaerei tra Mediterraneo e Indo-Pacifico, indica che Londra si prepara a un’estensione temporale del conflitto, prendendo le distanze dagli USA pur restando nel quadro atlantico.

Conseguenze economiche, tecnologiche, finanziarie ed energetiche Lo Stretto di Hormuz movimenta circa il 20% del petrolio mondiale e una quota ancora maggiore del GNL globale. Il blocco iraniano sta producendo uno shock energetico di proporzioni paragonabili alle crisi del 1973 e del 1979, come analizza il RUSI. I prezzi del petrolio sono in forte tensione, con effetti immediati sull’inflazione europea e globale. Il danno al giacimento di South Pars e all’impianto GNL del Qatar — il più grande al mondo — rischia di sottrarre al mercato volumi di gas naturale liquefatto per mesi, aggravando la crisi energetica europea già provata dalla guerra in Ucraina. Sul fronte finanziario, l’incertezza spinge i capitali verso i beni rifugio. Le economie emergenti importatrici di petrolio sono in difficoltà acuta. La Cina, che importa massicciamente da Hormuz, sta accelerando i corridoi alternativi attraverso la Russia e l’Asia centrale. Il piano tariffe zero con l’Africa, annunciato da Pechino, si inserisce in questa ricalibrazione logistica. Il rinvio del vertice Trump-Xi priva i mercati di un segnale di stabilizzazione atteso.

Conseguenze marittime Lo Stretto di Hormuz — già teatro di crisi nel 1984-1988 — è ora teatro di guerra asimmetrica avanzata. I Pasdaran iraniani impiegano mine, droni navali, missili anti-nave e forze speciali per esercitare un controllo selettivo del transito: lasciano passare le navi delle nazioni “amiche” di Teheran, bloccano e attaccano le altre. Questo modello di “Hormuz a pedaggio” è senza precedenti nella storia recente. La Royal Navy ha quarant’anni di esperienza nella guerra alle mine nel Golfo — come ricorda Navy Lookout — ma l’attuale generazione di mine e droni iraniani supera per complessità tutto ciò che è stato affrontato in precedenza. La Marina italiana sta valutando l’acquisizione di un sistema containerizzato di posa mine, segnale che anche Roma ragiona in chiave di deterrenza marittima asimmetrica. L’operazione Highmast britannica nel Mediterraneo e nell’Indo-Pacifico, con entrambe le portaerei (ci si domanda quali navi faranno loro da scorta), e il debutto del DDG Mod 2 americano indicano che le grandi potenze navali si stanno attrezzando per un conflitto marittimo prolungato. Il blocco di Hormuz impone la riapertura delle rotte alternative: il Capo di Buona Speranza, il corridoio IMEC che parte dall’India (sebbene se ne parli, appare assai difficile un suo sviluppo nella forma attuale), il Mar Rosso (ancora parzialmente pericoloso) e le pipeline terrestri. Il porto di Trieste e l’Alto Adriatico riacquistano rilevanza strategica come terminale del corridoio IMEC per l’Europa centrale, come sottolinea Formiche.net.

Conseguenze per l’Italia L’Italia si trova in una posizione di esposizione multipla. Geograficamente, il blocco di Hormuz colpisce direttamente le forniture energetiche del Paese, fortemente dipendente dal gas del Golfo. L’attacco iraniano alla base britannica di Akrotiri a Cipro — Stato membro UE — costituisce di fatto una proiezione del conflitto nel Mediterraneo orientale, a pochi chilometri dalle acque di interesse nazionale italiano. Sul piano strategico, Roma è messa alle strette tra la fedeltà atlantica — che implica partecipazione alle operazioni a Hormuz — e la prudenza diplomatica che una parte consistente dell’opinione pubblica e della classe politica richiede. Come nota Analisi Difesa, il dibattito sul ritiro delle truppe italiane dal Medio Oriente si riaccende con forza. L’Italia ha contingenti in Libano (UNIFIL), in Iraq e in varie missioni nel Golfo: la loro sicurezza dipende dall’evoluzione dello scenario. Sul piano economico, la crisi energetica colpisce un’industria già sotto pressione. L’Alto Adriatico e Trieste, tuttavia, possono trasformarsi in asset strategici se il corridoio IMEC si consolida come alternativa a Suez e Hormuz, posizionando l’Italia come hub logistico d’Europa. Sebbene ciò possa essere auspicabile, perché ciò avvenga sono necessarie condizioni che al momento non sono presenti.

Conclusioni 

Il 18-19 marzo 2026 conferma che il conflitto in corso non è una guerra regionale ma un riordinamento sistemico. Tre linee di forza dominano il quadro: l’isolamento crescente degli Stati Uniti, la radicalizzazione dell’Iran dopo le eliminazioni dei suoi pragmatici, e il blocco marittimo di Hormuz come arma di guerra economica di portata globale. Nei giorni immediatamente successivi, i temi da seguire con massima attenzione sono: l’esito della pausa dei combattimenti Pakistan-Afghanistan, decisa in vista dell’Eid al-Fitr; la tenuta del summit Trump-Xi, il cui rinvio lascia aperto un pericoloso vuoto di comunicazione tra le due superpotenze; l’evoluzione della crisi del Qatar e la risposta dei mercati del GNL; e il dibattito interno alle capitali europee — Roma inclusa — sulla partecipazione alle operazioni navali a Hormuz. La raccomandazione per l’Italia è di investire urgentemente nella propria autonomia energetica, nella valorizzazione di corridoi alternativi come il corridoio adriatico-IMEC, e nel dialogo diplomatico multilaterale — l’unica via d’uscita da una guerra che, come suggerisce l’advisor per la sicurezza nazionale britannica, Jonathan Powell sul Guardian, poteva essere evitata, vista la disponibilità mostrata dagli iraniani nei negoziati di Ginevra. (notizia ripresa da InsideOver).

Riferimenti Questa sintesi è stata elaborata sulla base degli articoli provenienti da diverse fonti aperte di analisi geopolitica e strategica, tra cui: Center for Maritime Strategy, CIMSEC, Reuters, ShipMag, Navy Lookout, National Interest, Seapower Magazine, CSIS, RUSI, War on the Rocks, IISS, Responsible Statecraft, Foreign Affairs, Formiche.net, Il Sussidiario, Start Magazine, InsideOver, Notizie Geopolitiche, IARI, Dissipatio, Analisi Difesa, Jamestown Foundation, Atlantic Council, RAND Corporation.


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