Scenari geopolitici
16 Marzo 2026 2026-03-16 8:13Scenari geopolitici
Sintesi quotidiana di geopolitica marittima globale
Tra il 13 e il 15 marzo 2026, il conflitto tra la coalizione USA-Israele e l’Iran — avviato il 28 febbraio con l’Operazione Epic Fury — si consolida come il principale fattore di destabilizzazione dell’ordine internazionale. I suoi effetti si propagano ben oltre il Golfo Persico, investendo i mercati energetici globali, le alleanze atlantiche, il fronte ucraino e i delicati equilibri dell’Indo-Pacifico.
Eventi clou
Il blocco selettivo di Hormuz e l’attacco a Kharg Island
Tra il 13 e il 14 marzo il conflitto nel Golfo Persico raggiunge un nuovo punto di escalation. La nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei — figlio di Ali Khamenei, ucciso nel raid inaugurale del 28 febbraio — fa leggere alla televisione di Stato un discorso in cui ribadisce la volontà di tenere chiuso lo Stretto di Hormuz e annuncia l’apertura di «nuovi fronti» dove il nemico manca di esperienza, con un chiaro riferimento alla possibile riattivazione degli Houthi yemeniti nel Mar Rosso. Il comandante della Marina dei Pasdaran, Alireza Tangsiri, conferma via X che «lo stretto resterà chiuso» e che qualsiasi tentativo di passaggio da parte americana o israeliana sarà contrastato con missili e droni. Nella notte tra il 13 e il 14 marzo il CENTCOM risponde con un attacco su vasta scala all’isola di Kharg — la principale piattaforma di esportazione del greggio iraniano, da cui transita il 90% dell’export petrolifero di Teheran — colpendo oltre 90 obiettivi militari e distruggendo depositi di mine navali e bunker missilistici, ma risparmiando deliberatamente le infrastrutture petrolifere. Trump, consapevole dell’impatto che un’eventuale distruzione degli impianti avrebbe sui mercati, dichiara di aver «scelto» di non colpire i serbatoi, pur lasciando aperta questa minaccia come leva negoziale. Poche ore dopo viene confermato che due petroliere hanno ripreso a caricare greggio a Kharg, segnale di relativa continuità operativa dell’isola. L’UNCTAD stima in questo periodo un calo del 97% del traffico nello Stretto rispetto ai livelli pre-crisi. Secondo la Lloyd’s List Intelligence, tra il 1° e l’11 marzo 2026 sono transitate solo 77 navi contro le 1.229 dello stesso periodo del 2025. Il valore complessivo delle merci bloccate nel Golfo Persico supera i 25 miliardi di dollari. I premi assicurativi sono triplicati e i noli delle superpetroliere VLCC sono balzati a 423.000 dollari al giorno. Il Wall Street Journal, il 14 marzo, rivela che Trump era stato preventivamente avvertito dai vertici militari — incluso il Capo di Stato Maggiore interforze, generale Dan Caine — del rischio che l’Iran chiudesse Hormuz, ma aveva ritenuto che Teheran avrebbe ceduto prima di attuare tale mossa.
L’over-stretch americano e la frattura con gli alleati del Golfo
La settimana tra il 13 e il 15 marzo mette in piena luce le contraddizioni strategiche dell’Operazione Epic Fury. Come documentato da Geopolitica.info e dal CSIS, le prime 100 ore del conflitto erano già costate circa 3,7 miliardi di dollari, con stime per un conflitto di due mesi che oscillano tra i 40 e i 95 miliardi. Le scorte di intercettori balistici — SM-2/3/6, Patriot PAC-2/3, THAAD — si stanno erodendo a ritmi insostenibili, con un rapporto di costo asimmetrico drammatico: ogni missile iraniano abbattuto costa agli USA tra i 4 e i 12 milioni di dollari, mentre Teheran produce i propri a costi decine di volte inferiori. Il Pentagono approva l’invio di 5.000 soldati aggiuntivi nella regione, con una forza da sbarco incentrata su 2.200 Marines della 31ª Marine Expeditionary Unit supportati da 20 F-35B e dalle navi USS Tripoli, San Diego e New Orleans, in uno scenario che molti analisti leggono come il preludio a un’eventuale occupazione di Kharg. Nel frattempo la frattura con i paesi del Golfo si acuisce: Bahrain, Kuwait, Emirati, Arabia Saudita e Qatar, che ospitano le basi americane colpite dalle ritorsioni iraniane, esprimono un profondo risentimento verso Washington. L’analista Fawaz Gerges della London School of Economics sintetizza: ospitare le forze americane li ha resi bersagli, non scudi.
La strategia di Mosca per il Golfo post-americano
Il 14 marzo Analisi Difesa pubblica un’analisi dettagliata di Maurizio Boni sulla «scommessa» russa nel Golfo Persico. Il 5 marzo il ministro Lavrov aveva già formalmente rilanciato il «Concetto di sicurezza collettiva per il Golfo Persico», elaborato nel 1999 e proposto all’ONU nel 2019, rimasto lettera morta per oltre un quarto di secolo ma ora improvvisamente attuale. Mosca si posiziona come unico mediatore accettabile da tutti gli attori: mantiene rapporti con l’Iran attraverso il Partenariato Strategico del 2021, con le monarchie del Golfo attraverso relazioni economiche consolidate e con gli USA attraverso canali diplomatici aperti. La Russia fornisce contestualmente a Teheran intelligence sui movimenti americani e condivide know-how tattico sull’impiego in sciami dei droni Shahed — le stesse tecniche affinate nel conflitto ucraino. In questo triangolo di interessi Mosca non è alleata ideologica dell’Iran ma socio strategico con la medesima vulnerabilità strutturale: essere nel mirino di una coalizione che ne mette in discussione la sopravvivenza come potenza sovrana.
Sintesi dei fatti per teatro operativo
Mediterraneo Allargato
Il teatro del Golfo Persico rimane il cuore pulsante della crisi globale. Tra il 13 e il 15 marzo gli attacchi iraniani continuano a colpire le basi americane in Kuwait, Bahrain e Qatar nonché infrastrutture civili negli Emirati. Il 14 marzo il ministero della Difesa emiratino segnala il lancio di 9 missili balistici e 33 droni contro il paese, portando il totale dall’inizio del conflitto a circa 1.600 droni, 294 missili balistici e 15 missili da crociera. L’Iraq è in ginocchio: con i porti petroliferi bloccati dopo attacchi a due petroliere nelle acque territoriali, e con il petrolio che garantisce il 90% delle entrate statali, il paese rischia il collasso economico in tempi brevi. L’Arabia Saudita perde da sola 4,5 miliardi di dollari di esportazioni mancate (stima Wood Mackenzie). Contestualmente Riad attiva il piano di emergenza per dirottare parte dell’export verso il terminal di Yanbu sul Mar Rosso, con almeno 30 superpetroliere già in rotta verso la costa occidentale arabica. Questa alternativa resta però precaria: un’eventuale riattivazione degli Houthi nel Mar Rosso — opzione concretamente minacciata da Mojtaba Khamenei — renderebbe anche questa via percorribile solo ad alto rischio. L’India sfrutta la sua posizione privilegiata: l’ambasciatore iraniano la definisce «amica» e due navi con bandiera indiana transitano Hormuz il 14 marzo scortate dalla marina. In Libano la quarta guerra tra Israele ed Hezbollah ha una dimensione più contenuta rispetto al fronte iraniano, ma InsideOver segnala che le forze israeliane continuano operazioni di pressione nel paese dei cedri. In Kashmir la guerra contro l’Iran alimenta nuove tensioni tra India e Pakistan, con Islamabad costretta a ricalibrare la propria postura regionale in un contesto di fragilità interna. La Turchia, intanto, testa nuovi sistemi drone aria-aria.
Heartland Euro-Asiatico
La Russia beneficia su entrambi i piani, economico e strategico, della crisi in corso. I prezzi del petrolio schizzati oltre i 100 dollari al barile rimpinguano le casse di Mosca compensando i costi del conflitto in Ucraina. Sul piano operativo, secondo fonti della CNN, la Russia sta trasmettendo all’Iran aggiornamenti tattici sui droni d’attacco basati sull’esperienza ucraina, rendendo gli Shahed progressivamente più efficaci. Il sito National Interest riferisce di una riorganizzazione militare russa in atto nel fronte ucraino con modifiche strutturali all’organizzazione delle forze. In Asia centrale l’Iran indebolito e il ridisegno del Golfo creano vuoti e opportunità che le repubbliche ex-sovietiche cercano di interpretare oscillando tra la tutela russa e i contatti con la Cina. Pechino mantiene una postura di pragmatico calcolo: condanna formalmente gli attacchi, evacua i propri cittadini dalla regione ma continua a importare greggio iraniano — circa 12-16 milioni di barili nei primi undici giorni di marzo — e accumula riserve strategiche per 900 milioni di barili (circa 78 giorni di importazioni). Lo IARI sottolinea come la Cina abbia vietato le esportazioni di carburanti raffinati blindando il mercato interno e abbia rifiutato di attingere alle proprie riserve commerciali, posizionandosi per resistere meglio degli europei a uno shock prolungato.
Teatro Operativo Boreale-Artico
L’Europa settentrionale è investita dalle onde d’urto energetiche della crisi mediorientale. I prezzi europei del gas balzano di oltre il 50% dopo l’interruzione delle forniture LNG qatariote — il Qatar ha dichiarato l’interruzione dei servizi per forza maggiore il 4 marzo sospendendo gli obblighi contrattuali. Il dibattito sull’autonomia energetica dell’UE si acuisce: InsideOver riferisce che la presidente della Commissione von der Leyen apre formalmente al nucleare di ultima generazione come strumento di indipendenza energetica. ISPI analizza il paradosso per cui la guerra in Iran, sollevando i prezzi del petrolio russo, rafforza involontariamente Mosca proprio mentre l’Occidente cerca di isolarla. Sul piano della deterrenza nucleare europea, Geopolitica.info pubblica un’analisi sulla Force de Frappe francese e la sua potenziale «dimensione europea», in un momento in cui Macron torna a proporre un ombrello nucleare continentale. La NATO ribadisce l’impegno agli aiuti all’Ucraina, ma lo stesso InsideOver avverte che la guerra con l’Iran sta già indebolendo Kiev: l’attenzione strategica, le risorse missilistiche e la stanchezza dell’opinione pubblica si spostano verso il Golfo.
Teatro Operativo Australe-Antartico
In America Latina, Responsible Statecraft segnala trattative in corso tra USA e Cuba con Witkoff come inviato. Tensioni a Cuba sono segnalate da Notizie Geopolitiche, con un assalto alla sede del Partito Comunista che riflette pressioni interne crescenti. L’Ecuador è al centro di negoziati per la presenza militare americana. Gli accordi militari con Washington rientrano nella strategia di Monroe rilanciata dall’amministrazione Trump per riaffermare l’egemonia nell’emisfero occidentale, ma l’aggressivo approccio egemonico di Washington verso l’America Latina rischia talvolta di compromettere il dialogo con i paesi della regione. L’Australia e la Nuova Zelanda risultano tra i paesi più esposti alla crisi dei fertilizzanti: l’UNCTAD stima che rispettivamente il 32% e il 26% dei fertilizzanti importati transitino dal Golfo.
Indo-Pacifico
La Corea del Nord approfitta della distrazione americana per condurre nuovi lanci di missili verso il Mar del Giappone, testando la deterrenza di Seul e Tokyo. Lo IARI evidenzia come questi lanci — con capacità di saturazione dei sistemi antimissile — mettano sotto pressione sia il Giappone sia la Corea del Sud, che ha già perso il 65% delle importazioni di elio (essenziale per i semiconduttori) dal Qatar dopo la dichiarazione di forza maggiore qatariota. Il National Interestanalizza le implicazioni per l’Asia sud-orientale di una potenziale proliferazione nucleare latente, con paesi come Vietnam, Indonesia e Giappone che riconsiderano le proprie opzioni. L’erosione delle scorte missilistiche americane nel Golfo — documentata dal CSIS — riduce la deterrenza credibile nel Pacifico occidentale, rivelando la vulnerabilità strutturale di una potenza che combatte su due fronti simultanei.
Conseguenze dei fatti accaduti
Conseguenze geopolitiche
Il conflitto USA-Iran-Israele sta accelerando la crisi dell’architettura di sicurezza costruita negli ultimi cinquant’anni attorno alla presenza americana nel Golfo Persico. Il modello basato sullo scambio implicito — energia e capitali in cambio di protezione militare — si è incrinato in modo forse irreversibile. Le monarchie del Golfo, colpite dai missili iraniani proprio perché ospitano le basi americane, stanno rielaborando la propria strategia di sicurezza. Il centro di gravità del potere regionale è in movimento: la Russia si candida ad architetto del dopoguerra con la proposta di un’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione nel Golfo Persico (OSCPG) modellata sull’OSCE europea, un’idea che per decenni era rimasta sulla carta ma che ora trova un terreno improvvisamente fertile. La Cina gioca una partita parallela: condanna gli attacchi per le forme ma incassa il greggio iraniano a prezzi scontati, accumula riserve e si posiziona come potenza indispensabile per qualsiasi soluzione diplomatica. Il principale paradosso strategico è che l’Operazione Epic Fury — concepita come un’operazione chirurgica per eliminare il programma nucleare iraniano e destabilizzare il regime — rischia di produrre l’effetto opposto: un Iran più compatto internamente grazie all’effetto di coesione nazionale di fronte all’aggressione esterna, più dipendente dalla Cina e con garanzie di sopravvivenza migliori rispetto a prima. Allo stesso tempo la credibilità americana come garante della sicurezza regionale ha subito un danno che richiederà anni per essere riparato. Il divario di fiducia con i paesi del Golfo è descritto dal Soufan Center come «enorme e destinato a durare». Anche in Europa il quadro si complica: il bluff europeo sull’Ucraina — documentato da InsideOver— si accompagna alla difficoltà di sostenere due crisi simultanee con risorse militari ed economiche limitate.
Conseguenze strategiche
Sul piano strettamente militare il conflitto ha messo in luce una serie di vulnerabilità strutturali degli Stati Uniti che trascendono il teatro mediorientale. Il rapporto asimmetrico tra i costi di intercettazione americani (4-12 milioni di dollari per missile) e i costi di produzione iraniani (da poche decine a centinaia di migliaia di dollari) è insostenibile nel lungo periodo. Il CSIS stima in 37 miliardi di dollari i costi delle prime 100 ore di conflitto e il Penn Wharton Budget Model ipotizza tra i 40 e i 95 miliardi il costo di due mesi di intervento statunitense in loco. Le scorte di THAAD erano già state ridotte nella guerra dei dodici giorni del giugno 2025 e la produzione annuale non copre il consumo bellico. Questa erosione ha effetti diretti sulla deterrenza nel Pacifico: la Cina sta osservando con attenzione le modalità operative americane, i tempi di reazione e i limiti logistici, in un esercizio di intelligence militare di valore inestimabile per un eventuale confronto futuro attorno a Taiwan. Sul piano dell’exit strategy il trilemma americano è chiaramente identificato: espandere il conflitto rischiando una guerra regionale totale; dichiarare un successo parziale sperando che Teheran accetti la fine delle ostilità; oppure proseguire all’intensità attuale con costi politici e finanziari crescenti. Nessuna delle tre opzioni è priva di rischi sistemici. Il generale Tricarico, ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica italiana, ha osservato che «Teheran ha capito che lo Stretto di Hormuz è il vero strumento con cui può fare male agli Stati Uniti» e che non vede ragioni per cui l’Iran dovrebbe rinunciare a questa leva.
Conclusioni
Tra il 13 e il 15 marzo 2026 il sistema internazionale affronta una delle sue più severe prove di coesione dall’epoca della Guerra Fredda. La crisi di Hormuz non è un episodio regionale: è il rivelatore di una transizione strutturale nell’ordine mondiale. La principale raccomandazione che emerge dall’analisi delle fonti è che tutti gli attori — USA, paesi del Golfo, Europa, Cina, Russia — dovranno scegliere nei prossimi giorni tra l’escalation bellica o una exit strategy negoziata. Le variabili da monitorare con maggiore attenzione nei giorni successivi sono le seguenti: la risposta di Teheran ai raid su Kharg Island e un possibile cambio di intensità nella chiusura dello Stretto; il vertice Trump-Xi Jinping previsto tra il 31 marzo e il 2 aprile a Pechino, che potrebbe rappresentare il primo canale reale di de-escalation; l’eventuale riattivazione degli Houthi nel Mar Rosso, che trasferirebbe la crisi energetica su un secondo fronte marittimo; la sostenibilità delle scorte missilistiche americane e la decisione sull’occupazione o meno dell’isola di Kharg; e infine la risposta europea all’impatto energetico, con la questione del nucleare civile destinata a tornare urgentemente al centro del dibattito continentale. Il rischio più grave è quello di una lunga guerra di logoramento a cui nessuno sa trovare una fine.
RiferimentiQuesta sintesi è stata elaborata sulla base degli articoli provenienti da diverse fonti aperte di analisi geopolitica e strategica, tra cui: Center for Maritime Strategy, CIMSEC, Reuters, ShipMag, Navy Lookout, National Interest, Seapower Magazine, CSIS, RUSI, War on the Rocks, IISS, Responsible Statecraft, Foreign Affairs, Formiche.net, Il Sussidiario, Start Magazine, InsideOver, Notizie Geopolitiche, IARI, Dissipatio, Analisi Difesa, Jamestown Foundation, Atlantic Council, RAND Corporation.
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