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16-06-25 Dal mondo

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16-06-25 Dal mondo

Teheran sotto attacco: Israele bombarda comandi e ministeri e punta alla ‘decapitazione’

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Il fine settimana del 14-15 giugno 2025 ha rispettato il copione emerso nelle giornate di giovedì e venerdì. L’escalation militare diretta tra Israele e Iran ha agito da detonatore per una crisi globale, propagando onde d’urto attraverso gli apparati strategici, i mercati finanziari e le catene del valore globali. Il quadro che emerge non è solo quello di un nuovo conflitto, ma di una frattura profonda tra blocchi di potenze e della paralisi della diplomazia, dove la logica della forza si sostituisce a ogni architettura di sicurezza preesistente. L’analisi che segue scompone l’evento, le sue ripercussioni e le dinamiche nei principali teatri operativi.

Evento Clou: “Operation Rising Lion”
L’evento catalizzatore è ancora la campagna militare israeliana su vasta scala contro l’Iran. Superando la dottrina della rappresaglia limitata, Israele ha lanciato una complessa guerra preventiva multi-dominio, definita da think tank come il CSIS e l’Atlantic Council un capolavoro di “sorpresa strategica” che fonde intelligence e operazioni speciali. Gli obiettivi strategici, mirati esplicitamente a un “regime change”, si sono articolati su tre assi:

  1. Decapitazione politico-militare. Attacchi di precisione hanno colpito centri di comando e controllo (C2), ministeri chiave a Teheran e assassinato figure apicali dell’IRGC e del programma nucleare (incl. 14 scienziati), paralizzando la catena di comando avversaria.
  2. Neutralizzazione nucleare. Raid sistematici contro i siti di Natanz, Fordow e Isfahan hanno mirato a un arretramento decennale, se non definitivo, del programma atomico iraniano.
  3. Guerra economica. Per la prima volta, l’offensiva ha colpito il cuore della resilienza economica iraniana, il maxi-giacimento di gas di South Pars, con l’intento di strangolare la capacità di Teheran di finanziare il proprio apparato militare e la sua rete di alleanze.
    La rappresaglia iraniana, con ondate di missili balistici che hanno superato le difese aeree israeliane, ha confermato l’avvio di una guerra aperta, portando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a una sessione d’emergenza e l’AIEA a dichiarare l’Iran “inadempiente”, aprendo la via a sanzioni “snap-back”.

Geo-strategia, Conflittualità e Relazioni Internazionali
La crisi ha cristallizzato la frattura globale, forzando gli attori a un posizionamento netto e rivelando la fragilità delle alleanze.
• L’Enigma statunitense. La posizione dell’amministrazione Trump costituisce la variabile strategica più critica. Pur negando un coinvolgimento diretto, Washington era stata informata in anticipo. Trump oscilla tra minacce di una risposta di “forza mai vista prima” in caso di attacco a asset USA e un’apertura tattica a una mediazione del presidente russo Putin. Questa ambiguità serve a mantenere opzioni aperte, ma riflette profonde divisioni interne, con settori del Congresso che premono per la moderazione e una base politica che si oppone a nuove guerre. L’obiettivo israeliano, secondo diversi analisti, è proprio quello di creare le condizioni per un intervento diretto americano, necessario per distruggere i siti nucleari più fortificati.
• L’asse occidentale, diviso e indebolito. L’Europa è spaccata. Da un lato, i governi a trazione sovranista supportano Israele; dall’altro, le cancellerie tradizionali sono terrorizzate dallo shock energetico e da una nuova crisi migratoria. La condanna europea della rappresaglia iraniana è stata definita da alcuni critici “Orwelliana”, evidenziando un’incapacità di analisi imparziale. I prossimi vertici G7 in Canada e NATO diventano test cruciali per la tenuta di un Occidente strategicamente confuso.
• L’asse revisionista. Russia e Cina hanno condannato l’attacco come “aggressione imperialista”. Per Mosca, la crisi è un’opportunità strategica per distogliere l’attenzione e le risorse NATO dal fronte ucraino. Per Pechino, la cui stabilità energetica è minacciata, la crisi è sia un rischio per la Belt and Road Initiative sia un’occasione per proporsi come mediatore globale alternativo a Washington.

Geo-economia, Industria e Marittimità
L’impatto economico è stato violento, innestandosi su un quadro globale già deteriorato dalla guerra commerciale USA-Cina e dall’inflazione.
• Shock energetico e panico finanziario. I mercati hanno reagito con panico. Il prezzo del greggio ha registrato un’impennata del +13% intraday, spingendo le tariffe di nolo delle petroliere a livelli record. Gli investitori si sono rifugiati in beni sicuri (oro, dollaro), mentre la Banca Mondiale ha tagliato le stime di crescita globale per il 2025 al 2,3%.
• Marittimità e sicurezza delle SLOCs. La sicurezza delle Sea Lines of Communication è diventata la priorità strategica numero uno. La minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz è aggravata da crescenti episodi di jamming dei segnali GPS, che aumentano esponenzialmente il rischio di incidenti. Il calo del traffico a Suez, unito a un aumento record a Panama, segnala un riorientamento forzato e costoso delle rotte globali. Questo quadro di incertezza ha causato un crollo del 9% nei volumi di carico del porto di Los Angeles, indicatore della fragilità delle catene del valore transpacifiche.
• Industria della difesa e riarmo. La guerra funge da catalizzatore per un’accelerazione della produzione militare. Il Regno Unito riattiva le linee di produzione di proiettili da 155mm,General Electric spinge per nuovi motori per i caccia USA e la NATO sigla accordi per la sorveglianza satellitare basata su IA con Planet Labs.

Analisi dei Teatri Operativi
• Mediterraneo Allargato. È l’epicentro della conflagrazione. L’intero arco di crisi dal Levante al Golfo Persico è una zona di guerra attiva. La stabilità di Giordania, Egitto e delle monarchie del Golfo è a rischio massimo. Il rischio di un’apertura del fronte libanese da parte di Hezbollah è concreto. Il conflitto si riverbera sull’intero scacchiere: l’Italia sigla un accordo di cooperazione militare con la Tunisia per blindare il fianco Sud; il disimpegno americano dall’Iraq aumenta il rischio di un ritorno dell’ISIS; la strategia israeliana di armare milizie anti-Hamas a Gaza sta innescando una guerra civile intra-palestinese.
• Heartland Euro-asiatico. La Russia capitalizza il caos per perseguire i suoi obiettivi. Mentre si propone come mediatore in Medio Oriente, intensifica la guerra in Ucraina (bombardamenti su Kharkiv) e riprende i pattugliamenti di bombardieri strategici sul Baltico. Allo stesso tempo, consolida la sua sfera d’influenza con l’accordo nucleare Rosatom in Kazakistan. La Cina, dal canto suo, affronta il dilemma tra proteggere le sue rotte energetiche e lasciare che la crisi logori gli USA, mentre accelera sulla propria autonomia tecnologica (chip IA “QiMeng”) e si assicura l’accesso a terre rare strategiche in Myanmar.
• Teatro Operativo Boreale-Artico. L’Artico emerge come fronte strategico di primaria importanza. Il Mar Baltico è definito un “nuovo focolaio di tensione”. La crisi mediorientale rende la rotta marittima del Nord un’alternativa sempre più vitale. La competizione si intensifica con investimenti mirati: il cantiere navale canadese Davie acquisisce asset in Texas per accelerare la produzione di rompighiaccio per gli USA e il Pentagono accelera lo sviluppo di asset di sorveglianza ad alta tecnologia come il drone Triton.
• Indopacifico. È il secondo grande fronte della competizione globale, dove la crisi mediorientale funge da potenziale “finestra di opportunità” per Pechino. La pressione su Taiwan e le tattiche “grey-zone” contro le Filippine si intensificano. Gli Stati Uniti rispondono rafforzando le proprie alleanze: l’accordo AUKUS procede, navi da guerra USA sono dispiegate per esercitazioni con l’Australia, e si coltivano relazioni con la nuova leadership “pragmatica” della Corea del Sud.
• Teatro Operativo Australe-Antartico. Questo scacchiere subisce le onde d’urto economiche e strategiche. L’Australia è un pilastro sempre più integrato nella strategia di difesa americana. Le economie dell’America Latina e dell’Africa sub-equatoriale, dipendenti dall’export di materie prime, affrontano una volatilità estrema. L’inefficacia delle sanzioni USA sul Venezuela dimostra i limiti della coercizione economica in un mondo multipolare.

Conclusioni e possibili sviluppi
Il sistema internazionale si trova su un piano inclinato che porta a un conflitto più ampio. L’incertezza strategica è massima. Le prossime 72 ore saranno decisive per comprendere la traiettoria della crisi. I vettori da monitorare con la massima attenzione sono:

  1. La decisione statunitense. È la variabile più critica. Il Presidente Trump sarà costretto a un intervento diretto per evitare un’umiliazione strategica dell’alleato israeliano, o riuscirà a mantenere una posizione di supporto esterno, rischiando però di apparire debole?
  2. La prossima mossa dell’Iran: Indebolito ma non sconfitto, Teheran deve scegliere tra un’ulteriore escalation simmetrica (missili), una risposta asimmetrica (chiusura di Hormuz, attivazione totale di Hezbollah) o l’accettazione di una mediazione (russa) da una posizione di vulnerabilità.
  3. Il rischio di contagio orizzontale: Il conflitto si allargherà inevitabilmente al Libano, alla Siria e all’Iraq? La stabilità interna di questi stati-attori è così precaria che un’escalation sembra più probabile di un contenimento.
  4. La tenuta del sistema economico globale: L’economia mondiale, già afflitta da inflazione e guerra commerciale, può assorbire uno shock energetico prolungato senza cadere in una profonda recessione? Le conseguenze sociali e politiche di un tale evento, specialmente in Europa, sarebbero devastanti.
    La diplomazia è ai margini, surclassata dalla velocità degli eventi militari. Il mondo attende di vedere se le residue forze di contenimento prevarranno o se il 2025 sarà ricordato come l’anno in cui la frattura globale è diventata una guerra aperta.

Evento anteprima del ciclo “Conversazioni di Geopolitica: Comprendere un Mondo in Rapida Trasformazione”.

Prima di diventare uno dei personaggi più noti sulla scena mondiale, Volodymyr Zelens’kyj era già una celebrità in Russia e Ucraina. Ma possiamo davvero dire di conoscerlo? Dalla sua elezione nel 2019, ha interpretato ruoli diversi e spesso contraddittori: riformatore, leader in tenuta militare, democratico che si appoggia all’estrema destra. Con audacia e schiettezza, Fulvio Scaglione ci guiderà alla scoperta della parabola di Zelens’kyj, tra luci, ombre e consensi.


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